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NEWS

Pensione di reversibilità alla prima moglie anche se alla morte dell’ex la sentenza divorzile non era passata in giudicato
Cassazione civile , sez. I , 26/09/2019 , n. 24041

Il diritto dell’ex coniuge all’attribuzione di una porzione della pensione di reversibilità dell’altro presuppone il riconoscimento in suo favore della spettanza dell’assegno divorzile, sia pure in forza di pronuncia non ancora passata in giudicato.
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Il raggiungimento della maggiore età nel corso del procedimento per la dichiarazione di decadenza dalla responsabilità genitoriale implica necessariamente la cessazione della materia del contendere
Cassazione civile , sez. VI , 16/09/2019 , n. 23019

Il raggiungimento della maggiore età da parte del minore determina in modo automatico la cessazione della responsabilità genitoriale, a prescindere dall’accertamento relativo all’inosservanza dei doveri genitoriali. Tale evento, infatti, qualora sopravvenga durante il procedimento per la dichiarazione di decadenza, comporta il venir meno dell’interesse alla pronuncia di merito, imponendo quella di cessazione della materia del contendere, da cui consegue la caducazione dei provvedimenti eventualmente emessi.
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Scopo dell’assegno divorzile non è garantire il tenore di vita endoconiugale, ma il riconoscimento del contributo dato dall’ex coniuge al patrimonio familiare
Tribunale , Savona , 11/09/2019 , n. 796

In tema di assegno divorzile, la funzione equilibratrice del reddito degli ex coniugi, anch’essa assegnata dal legislatore all’assegno divorzile, non è finalizzata alla ricostituzione del tenore di vita endoconiugale, ma al riconoscimento del ruolo e del contributo fornito dall’ex coniuge economicamente più debole alla formazione del patrimonio della famiglia e di quello personale degli ex coniugi.
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Separazione: la violazione dei doveri coniugali giustifica la pronunzia di addebito solo quando è causa del disgregarsi dell’unione familiare
Tribunale , Bergamo , sez. I , 04/09/2019 , n. 1909

La pronuncia di addebito non può fondarsi sulla sola violazione dei doveri che l’ art. 143 c.c. pone a carico dei coniugi – inosservanza che non può comunque essere generica ma deve manifestarsi in precisi fatti storici essendo, invece necessario accertare se tale violazione abbia assunto efficacia causale nella determinazione della crisi coniugale, ovvero se essa sia intervenuta quando era già maturata una situazione di intollerabilità della convivenza tenendo a tal fine conto delle modalità e frequenza dei fatti e del tipo di ambiente in cui sono accaduti, in una valutazione globale e comparativa dei comportamenti di ciascun coniuge che permetta di verificare se quello tenuto da uno di essi sia stato la causa della intollerabilità della convivenza ovvero un effetto di questa.
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Divorzio, nessun assegno alla ex moglie se l’ex marito ne ha formato l’intero patrimonio
Cassazione civile , sez. I , 30/08/2019 , n. 21926

Va escluso il diritto ad un assegno di divorzio in caso di formazione dell’intero patrimonio dell’ex moglie da parte dell’ex marito, atteso che il comportamento in corso di matrimonio dell’ex marito ha già dato attuazione ai principi di solidarietà, consentendo alla ex moglie di affrontare la fase successiva allo scioglimento del vincolo in condizioni di assoluta agiatezza, anche compensando il sacrificio delle aspettative professionali della stessa.
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Divorzio: anche la prole ha diritto ad un mantenimento tale da garantire tenore di vita analogo a quello goduto in precedenza
Tribunale , Rieti , 05/08/2019 , n. 622

A seguito della separazione personale tra coniugi, anche la prole ha diritto ad un mantenimento tale da garantire un tenore di vita corrispondente alle risorse economiche della famiglia ed analogo, per quanto possibile, a quello goduto in precedenza, continuando a trovare applicazione l’ art. 147 c.c. che, imponendo il dovere di mantenere, istruire ed educare i figli, obbliga i genitori a far fronte ad una molteplicità di esigenze, non riconducibili al solo obbligo alimentare, ma estese all’aspetto abitativo, scolastico, sportivo, sanitario e sociale, all’assistenza morale e materiale, alla opportuna predisposizione, fin quando l’età dei figli stessi lo richieda, di una stabile organizzazione domestica, idonea a rispondere a tutte le necessità di cura e di educazione. Tale principio è pacificamente estensibile alla cessazione degli effetti del matrimonio concordatario.
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Separazione dei coniugi: rilevanza dell’infedeltà e dell’allontanamento dalla casa familiare nell’addebito della separazione
Tribunale , Brescia , sez. III , 06/07/2019 , n. 2103

In tema di separazione dei coniugi, l’inosservanza dell’obbligo di fedeltà rappresenta, di per sé, una violazione particolarmente grave determinando normalmente l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza sempre che non si constati, attraverso un accertamento rigoroso ed una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, la mancanza di un nesso causale tra l’infedeltà e la crisi coniugale tale che ne risulti la preesistenza di una crisi già irrimediabilmente in atto in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale. Quanto poi all’allontanamento dalla residenza familiare, ove attuato unilateralmente dal coniuge, cioè senza il consenso dell’altro coniuge, costituisce violazione di un obbligo matrimoniale ed è conseguentemente causa di addebitamento della separazione.
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Il genitore che sostiene le spese per il mantenimento del figlio ha diritto a chiederne il rimborso all’altro genitore mediante azione di regresso
Cassazione civile , sez. VI , 19/06/2019 , n. 16404

Per il rimborso delle spese di mantenimento del minore, ove ad esse abbia provveduto integralmente uno soltanto di suoi genitori, a questi spetta il diritto di agire in regresso, per il recupero della quota relativa al genitore inadempiente, secondo le regole generali sul rapporto fra condebitori solidali: come si desume, in particolare, dall’ art. 148 c.c. che, prevedendo l’azione giudiziaria contro tale genitore, postula il diritto del genitore adempiente di agire (appunto, in regresso) nei confronti dell’altro.
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Divorzio: anche la prole ha diritto ad un mantenimento tale da garantire tenore di vita analogo a quello goduto in precedenza
Tribunale , Modena , sez. I , 12/06/2019 , n. 931

A seguito della separazione personale tra coniugi o dello scioglimento del matrimonio civile, la prole ha diritto ad un mantenimento tale da garantirle un tenore di vita corrispondente alle risorse economiche della famiglia ed analogo, per quanto possibile, a quello goduto in precedenza, continuando a trovare applicazione l’ art. 147 c.c. che, imponendo il dovere di mantenere, istruire ed educare i figli, obbliga i genitori a far fronte ad una molteplicità di esigenze, non riconducibili al solo obbligo alimentare, ma estese all’aspetto abitativo, scolastico, sportivo, sanitario, sociale, all’assistenza morale e materiale, alla opportuna predisposizione – fin quando l’età dei figli lo richieda – di una stabile organizzazione domestica, idonea a rispondere a tutte le necessità di cura e di educazione, mentre il parametro di riferimento, ai fini della determinazione del concorso negli oneri finanziari, è costituito, secondo il disposto dell’ art. 148 e dell’art.  316 bis c.c. , non soltanto dalle sostanze, ma anche dalla capacità di lavoro, professionale o casalingo, di ciascun coniuge, ciò che implica una valorizzazione anche delle accertate potenzialità reddituali.
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Affidamento minori e diagnosi della sindrome di alienazione parentale: non essendovi certezze scientifiche il giudice deve comunque verificarne il fondamento
Cassazione civile , sez. I , 16/05/2019 , n. 13274

In tema di poteri di affidamento della prole da parte del giudice in procedimenti di separazione e divorzio – a prescindere dalle obiezioni sollevate dalle parti – qualora la consulenza tecnica preseti devianze dalla scienza medica ufficiale come avviene nell’ipotesi in cui sia formulata la diagnosi di sussistenza della Pas, non essendovi certezze nell’ambito scientifico al riguardo il giudice del merito, ricorrendo alle proprie cognizioni scientifiche oppure avvalendosi di idonei esperti, è comunque tenuto a verificarne il fondamento. (Nel caso in specie, il Tribunale non poteva affidare in esclusiva il figlio al padre mandandolo per un periodo di sei mesi in una struttura, vista la sua avversione per la soluzione adottata, basandosi essenzialmente su una perizia con la quale era stata accertata la Pas, (sindrome di alienazione parentale).
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Separazione: il singolo episodio di aggressione giustifica l’addebito
Tribunale , Modena , sez. I , 04/06/2019 , n. 878

La pronuncia di addebito richiesta da un coniuge per le violenze perpetrate dall’altro non è esclusa neppure qualora risulti provato un unico episodio di percosse, trattandosi di comportamento idoneo comunque a sconvolgere definitivamente l’equilibrio relazionale della coppia, poiché lesivo della pari dignità di ogni persona.
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Escluso il diritto all’assegno divorzile se l’ex coniuge ha rafforzato la sua posizione attraverso la stabilizzazione lavorativa
Cassazione civile , sez. I , 07/05/2019 , n. 12021

Non ha diritto all’assegno divorzile l’ex coniuge che non ha subito un apprezzabile deterioramento delle proprie condizioni economiche, ma, anzi, ha rafforzato la sua posizione attraverso la stabilizzazione lavorativa e il sostanzioso innalzamento dei redditi (nella specie, la Corte ha osservato che la breve durata della vita in comune, non caratterizzata dalla nascita di figli, era tale da escludere che essa avesse avuto efficacia condizionante sulla formazione del patrimonio dei due coniugi).
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L’audizione dei minori, già prevista nell’art. 12 della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo, è divenuta un adempimento necessario nelle procedure giudiziarie che li riguardino
Cassazione civile , sez. I , 07/05/2019 , n. 12018

L’audizione dei minori, già prevista nell’art. 12 della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo, è divenuta un adempimento necessario nelle procedure giudiziarie che li riguardino ed, in particolare, in quelle relative al loro affidamento ai genitori, ai sensi dell’art. 6 della Convenzione di Strasburgo del 25 gennaio 1996, ratificata con la l. n. 77 del 2003 , nonché dell’art. 315-bis c.c. (introdotto dalla l. n. 219 del 2012 ) e degli artt. 336-bis e 337-octies c.c. (inseriti dal d.lgs. n. 154 del 2013 , che ha altresì abrogato l’ art. 155-sexies c.c. ). Ne consegue che l’ascolto del minore di almeno dodici anni, e anche di età minore ove capace di discernimento, costituisce una modalità, tra le più rilevanti, di riconoscimento del suo diritto fondamentale ad essere informato e ad esprimere le proprie opinioni nei procedimenti che lo riguardano, nonché elemento di primaria importanza nella valutazione del suo interesse.
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Bigenitorialità e rifiuto del minore alla frequentazione del genitore non collocatario
Cassazione civile , sez. I , 23/04/2019 , n. 11170

La natura incoercibile dei rapporti affettivi implica che non si può obbligare la figlia minore sedicenne a frequentare il padre, se la stessa dimostra una chiara avversione ad avere con il padre un rapporto continuativo.
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L’abbandono della casa coniugale è di per sé elemento insufficiente per addebitare la separazione
Cassazione civile , sez. VI , 23/04/2019 , n. 11162

L’abbandono del tetto coniugale deve comunque essere provato non solo quanto alla sua concreta verificazione ma anche nella sua efficacia determinativa della intollerabilità della convivenza e della rottura dell’ affectio coniugalis ; non costituisce violazione di un dovere coniugale, infatti, la cessazione della convivenza quando ormai il legame affettivo fra i coniugi è definitivamente venuto meno e la crisi del matrimonio deve considerarsi irreversibile.
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Riconoscimento del diritto all’assegno divorzile in caso di scioglimento di unioni civili
Tribunale , Pordenone , 13/03/2019

In tema di scioglimento delle unioni civili tra persone dello stesso sesso con procedimento giudiziale contenzioso, il Presidente del Tribunale, con l’ordinanza resa ai sensi dell’ art. 4, comma 8, l. div ., disposizione applicabile ai sensi dell’ art. 1, comma 25, l. n. 76/2016 , può attribuire, alla parte che ne abbia fatto richiesta, l’assegno divorzile, di cui all’ art. 5, comma 6, l. div ., pure richiamato dall’art. 1, comma 25, l. cit., e da determinarsi secondo i parametri di cui a Cass. 18287/18 , tenendo però anche conto del periodo di convivenza anteriore alla costituzione dell’unione civile, ma non può anche autorizzare le parti a vivere separatamente, né pronunciarsi sullo scioglimento della comunione dei beni, trattandosi di misure non previste dalla legge.
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Va tutelato il legame affettivo del minore nei confronti del padre anche se non biologico
Tribunale , Como , 13/03/2019

Con riguardo a fattispecie di coppie omosessuali, quindi alla tematica della c.d. omogenitorialità, il giudice deve intervenire a tutela del diritto del figlio minore a conservare rapporti significativi con persone diverse da genitori o comunque a lui non legati da vincoli parentali (cosiddetti “genitori sociali”). Tali esigenze di tutela del legame affettivo del minore con le figure adulte di riferimento si pongono anche in situazioni che nulla hanno a che vedere con la omosessualità di uno o entrambi i partners, ma si radichino nella disgregazione del nucleo familiare, tanto è vero che anche in dottrina è riflettuto sul tema della tutela della genitorialità sociale nelle famiglie c.d ricomposte (nel caso di specie, il Tribunale ha ritenuto che il marito avesse pieno titolo per rivendicare il ruolo di genitore sociale, pur non essendone il padre biologico del minore, con la conseguenza della necessità di tutelare il legame da lui positivamente instaurato con il figlio, legame consolidato nel tempo che aveva compensato le carenze dell’altro genitore, assicurando al minore (collocata presso di lui) benessere psicologico e serenità nel suo percorso di crescita).
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Il consenso alla pubblicazione di dati dei minori di anni 14 in internet spetta ai genitori
Tribunale , Rieti , 07/03/2019

La tutela della vita privata e dell’immagine e del minore – tradizionalmente garantita dagli artt. 10 c.c. , e 4 , 7,  8 e 145 d.lgs. n. 196/2003 , in materia di tutela dei dati personali e gli artt. 1 e 16, comma 1 della Convenzione di New York sui Diritti del Fanciullo e art. 97 l. n. 633/1941 – oggi comprende quanto statuito dal regolamento UE n. 679/2016 entrato in vigore il 25.05.2018 e dalle norme di adeguamento del codice della privacy contenute nel d.lgs. n. 101/2018 , secondo le quali, con riguardo all’offerta diretta di servizi della società dell’informazione, il trattamento dei dati personali dei minori di anni quattordici da parte di terzi, dunque anche alla pubblicazione delle foto, può avvenire solo previo consenso di chi esercita la responsabilità genitoriale.  
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In assenza di gravi inadeguatezze genitoriali, a seguito di collocamento dei minori in comunità eterofamiliare, va disposto l’affidamento condiviso
Tribunale , Torino , sez. VII , 04/03/2019 , n. 1013

Circa l’affidamento condiviso  dei figli minori ad entrambi i genitori,  successivamente alla  dolorosa esperienza di un collocamento dei bambini in comunità eterofamiliare, l’Affidamento condiviso che va certamente disposto qualora risulti come entrambi i genitori, a far data dall’uscita dei minori dalla comunità  hanno continuato a collaborare positivamente fra di loro in merito alle visite dei figli e sono riusciti ad organizzare gli incontri in modo autonomo, rispettando il decreto del Tribunale. Qualora risulti altresì dall’istruttoria compiuta che non sono emerse gravi inadeguatezze genitoriali in capo a nessuna delle due parti in causa in grado di arrecare pregiudizio ai bambini, deve disporsi l’affidamento congiunto dei minori ad entrambi i genitori.

AIUTO A TUTTE LE MAMME CON IL BONUS DA 800 EURO

Dal 4 maggio 2017 è possibile per le neo mamme o le gestanti dopo il compimento del settimo mese di gravidanza presentare domanda all’INPS per ricevere il cosiddetto “BONUS MAMMA”.

La novità è che non è previsto alcun limite di reddito e quindi, possono farne richiesta le madri residenti in Italia, con cittadinanza italiana o comunitaria o ancora le donne con status di rifugiate politiche o donne in possesso di un permesso di soggiorno UE per lungo periodo.

Il diritto al bonus si estende anche a casi di adozione o di affido di un minore verificatesi dopo il 1 gennaio 2017.

La domanda può essere presentata da donne dopo il compimento del settimo mese di gravidanza fino al compimento del 1 anno dalla nascita per i bimbi nati dopo il 4 maggio, – mentre per i bimbi nati tra il 1 gennaio e il 4 maggio l’anno di tempo presentare la domanda decorre dal 4 maggio-, tramite il portale dell’INPS, il contact center o con l’ausilio dei patronati.

Il bonus è concesso in un’unica soluzione ed è legato al numero di figli nati o adottati, quindi nel caso i figli fossero  due la mamma riceverebbe 1.600 euro.

Tradimento: quando spetta il risarcimento?

Cassazione civile, sez. III , 07/03/2019 , n.6595

La Corte di Cassazione, terza sezione civile, nell’ordinanza n. 6595/2019, pronunciandosi sulla vicenda di un uomo che aveva convenuto in giudizio la moglie dalla quale si era separato, rammenta che il mero tradimento non basta per ottenere un risarcimento, dovendo questo ridursi anche nella violazione di un diritto costituzionalmente protetto. L’istante aveva chiesto un risarcimento per il danno morale e alla salute subito a causa della relazione extra coniugale intrattenuta dalla ex con un collega di lavoro. Una scoperta che l’uomo rivela avergli provocato un disturbo depressivo cronico. Gli Ermellini premettono che i danni alla persona, come danni conseguenza, devono essere specificamente allegati e provati perché la mera violazione dei doveri matrimoniali non integra di per sé ed automaticamente una responsabilità risarcitoria, dovendo, in particolare quanto ai danni non patrimoniali, riscontrarsi la concomitante esistenza di tutti i presupposti ai quali l’art. 2059 c.c. riconnette detta responsabilità. Sebbene dalla violazione del dovere di fedeltà possa indubbiamente derivare un dispiacere per l’altro coniuge e discendere la disgregazione del nucleo familiare, questo non sarà automaticamente risarcibile, ma solo quando l’afflizione superi la soglia della tollerabilità e si traduca, per le sue modalità o per la gravità dello sconvolgimento che provoca nell’altro coniuge, nella violazione di un diritto costituzionalmente protetto, primi tra tutti quelli alla salute, alla dignità personale e all’onore.

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Sui criteri concreti per determinare l’assegno di divorzio spettante al coniuge economicamente più debole

Cassazione civile , sez. I , 28/02/2019 , n. 5975

Il riconoscimento dell’assegno di divorzio in favore dell’ex coniuge, cui deve attribuirsi una funzione assistenziale ed in pari misura compensativa e perequativa, ai sensi della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, richiede l’accertamento dell’inadeguatezza dei mezzi dell’ex coniuge istante, e dell’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, applicandosi i criteri equiordinati di cui alla prima parte della norma, i quali costituiscono il parametro cui occorre attenersi per decidere sia sulla attribuzione sia sulla quantificazione dell’assegno. Il giudizio dovrà essere espresso, in particolare, alla luce di una valutazione comparativa delle condizioni economico-patrimoniali delle parti, in considerazione del contributo fornito dal richiedente alla conduzione della vita familiare ed alla formazione del patrimonio comune, nonchè di quello personale di ciascuno degli ex coniugi, in relazione alla durata del matrimonio ed all’età dell’avente diritto. Nella determinazione dell’assegno divorzile spettante al coniuge economicamente più debole, occorre tenere conto del contributo fornito da quest’ultimo alla formazione del patrimonio familiare, della durata del matrimonio e delle aspettative professionali sacrificate durante le nozze.

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Figli di genitori di nazionalità diversa: l’ostilità del minore non impedisce il rimpatrio presso la madre, finché non siano regolati i rapporti fra coniugi.

Tribunale minorenni , Potenza , 07/02/2019

In tema di affidamento di minori figli di genitori di nazionalità diversa, deve essere disposto il rientro dei minori stessi presso la madre, cui i figli sono stati affidati in via provvisoria da parte di A.G. del paese d’origine della genitrice, non sembrando che la contrarietà manifestata dai minori al riguardo sia sufficiente ad impedire il ripristino della situazione quo ante, almeno finché un giudice non avrà definitivamente regolato i rapporti fra i genitori.

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Funzione delle relazioni degli assistenti sociali e degli psicologi nel procedimento per la dichiarazione dello stato di adottabilità del minore

Cassazione civile , sez. I , 23/01/2019 , n. 1883

Nel procedimento per la dichiarazione dello stato di adottabilità di un minore, le relazioni degli assistenti sociali e degli psicologi, ancorché non asseverate da giuramento, costituiscono, nel quadro dei rapporti informativi, degli accertamenti e delle indagini da compiere in via sommaria e secondo il rito camerale, indizi sui quali il giudice può fondare il proprio convincimento e la cui valutazione non comporta violazione del diritto di difesa dei genitori, atteso che questi ultimi, nel successivo giudizio di impugnazione della dichiarazione di adottabilità (e già in precedenza nel giudizio di opposizione alla dichiarazione di adottabilità), hanno diritto di prendere cognizione delle relazioni, nonché di controdedurre e di offrire prova contraria.

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Separazione con addebito: la condotta contraria ai doveri nascenti dal matrimonio dev’essere ricollegabile all’intollerabilità della prosecuzione della convivenza

Tribunale, Reggio Calabria, sez. I, 16/01/2019, n. 73

In tema di separazione legale dei coniugi, la pronuncia di addebito ad uno di essi postula non soltanto il riscontro di un suo comportamento contrario ai doveri nascenti dal matrimonio, ma anche l’accertamento che a tale condotta sia causalmente ricollegabile la situazione di intollerabilità della prosecuzione della convivenza.

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Filiazione naturale: i motivi che precludono il riconoscimento devono essere tanto gravi, da compromettere lo sviluppo psico-fisico del figlio.

Tribunale, Grosseto, 15/01/2019 n.21

Nel sistema della filiazione del Codice e nella Costituzione, negare al padre il riconoscimento e al minore il legame con la discendenza paterna, con le proprie origini e con una parte decisiva della propria identità personale, rappresenta una misura estrema, l’ultima ratio cui ricorrere ove nessun altro provvedimento sia idoneo a tutelare l’interesse del minore. La decisione rimessa al Giudice dall’articolo 250 c.c. in tema di riconoscimento non mira a valutare la capacità genitoriale del ricorrente e, tanto meno, a valutare le modalità di esercizio della responsabilità genitoriale, ma solo a verificare se sussistano ragioni concrete talmente gravi da pregiudicare in senso assoluto e definitivo l’interesse del minore in caso di riconoscimento da parte del secondo genitore. Le ragioni da ritenersi, eventualmente, preclusive del riconoscimento devono essere, allora, talmente gravi da impedire non solo e non tanto l’esercizio della responsabilità genitoriale, ma anche la sola costituzione del rapporto giuridico di filiazione perché idonee a determinare la probabilità di una forte compromissione dello sviluppo psico-fisico del minore (nel caso di specie il Tribunale non ha ritenuto che l’aggressività e violenza del padre, il disinteresse mostrato dallo stesso verso le figlie, la presenza di precedenti penali e di procedimenti penali per reati commessi nei confronti della madre e l’interesse al riconoscimento strumentale per evitare un eventuale rimpatrio forzoso, fossero elementi sufficienti per riscontrare, in senso contrario al riconoscimento, motivi gravi ed irreversibili, tali da far ravvisare la probabilità di una forte compromissione dello sviluppo psico-fisico delle figlie).

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Dichiarazione dello stato di adottabilità: presupposti necessari

Corte appello , Milano , 14/01/2019 , n. 5

Per la dichiarazione dello stato di adottabilità non basta che risultino insufficienze o malattie mentali, anche permanenti, o comportamenti patologici dei genitori, essendo necessario accertare la capacità genitoriale in concreto di ciascuno di loro, a tal fine verificando l’esistenza di comportamenti pregiudizievoli per la crescita equilibrata e serena dei figli e tenendo conto della positiva volontà dei genitori di recupero del rapporto con essi.

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Separazione coniugale: l’adulterio giustifica l’addebito al coniuge responsabile solo quando è causa del disgregarsi dell’unione familiare.

Tribunale , Monza , 07/01/2019 , n. 6

In tema di separazione giudiziale dei coniugi, si presume che l’inosservanza del dovere di fedeltà, per la sua gravità, determini l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, giustificando così, di per sé, l’addebito al coniuge responsabile, salvo che questi dimostri che l’adulterio non sia stato la causa della crisi familiare, essendo questa già irrimediabilmente in atto, sicché la convivenza coniugale era ormai meramente formale.

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Restituzione di attribuzioni patrimoniali nelle unioni di fatto: onere probatorio gravante sul richiedente

Tribunale , Reggio Calabria , sez. I , 03/01/2019 , n. 10

Nelle unioni di fatto le attribuzioni patrimoniali e le prestazioni lavorative in favore del convivente effettuate nel corso del rapporto, configurano l’adempimento di un’obbligazione naturale ex art.2034 c.c., poiché si presume che tali prestazioni vengono eseguite in funzione dei doveri di carattere morale e civile nonche di mutua assistenza e collaborazione che caratterizza questi rapporti. L’attore che chiede la restituzione di somme date a mutuo è, ai sensi dell’art.2697 comma 1 c.c., tenuto a provare gli elementi costitutivi della domanda e, quindi, non solo la consegna ma anche il titolo della stessa, da cui derivi l’obbligo della vantata restituzione; l’attore è infatti tenuto a dimostrare per intero il fatto costitutivo della sua pretesa; il fatto che il convenuta ammetta di aver ricevuto una somma di denaro dall’attore ma neghi che ciò sia avvenuto a titolo di mutuo, non costituisce un’eccezione in senso sostanziale, sì da invertire l’onere della prova; con la conseguenza che rimane fermo a carico dell’attore l’onere di dimostrare che la consegna del denaro è avvenuta in base a un titolo che ne imponga la restituzione.

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L’eventuale rinuncia della figlia maggiorenne al mantenimento non esclude l’obbligo del padre

Cassazione civile , sez. I , 14/12/2018 , n. 32529

L’obbligo di mantenere il figlio non cessa automaticamente con il raggiungimento della maggiore età, ma si protrae, qualora questi, senza sua colpa, divenuto maggiorenne, sia tuttavia ancora dipendente dai genitori. Ne consegue che, in tale ipotesi, il coniuge separato o divorziato, già affidatario è legittimato, ” iure proprio” (ed in via concorrente con la diversa legittimazione del figlio, che trova fondamento nella titolarità, in capo a quest’ultimo, del diritto al mantenimento), ad ottenere dall’altro coniuge un contributo per il mantenimento del figlio maggiorenne. Pertanto, non potendosi ravvisare nel caso in esame una ipotesi di solidarietà attiva (che, a differenza di quella passiva, non si presume), in assenza di un titolo, come di una disposizione normativa che lo consentano, la eventuale rinuncia del figlio al mantenimento, anche a prescindere dalla sua invalidità, dovuta alla indisponibilità del relativo diritto, che può essere disconosciuto solo in sede di procedura ex art. 710 cod.proc.civ. , non potrebbe in nessun caso spiegare effetto sulla posizione giuridico-soggettiva del genitore affidatario quale autonomo destinatario dell’assegno.

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Il godimento della casa familiare a seguito della separazione dei genitori, anche se non uniti in matrimonio, è attribuito tenendo prioritariamente conto dell’interesse dei figli.

Cassazione civile , sez. VI , 13/12/2018 , n. 32231

Il godimento della casa familiare a seguito della separazione dei genitori, anche se non uniti in matrimonio, ai sensi dell’ art. 337 sexies c.c. è attribuito tenendo prioritariamente conto dell’interesse dei figli, occorrendo soddisfare l’esigenza di assicurare loro la conservazione dell'”habitat” domestico, da intendersi come il centro degli affetti, degli interessi e delle consuetudini in cui si esprime e si articola la vita familiare, e la casa può perciò essere assegnata al genitore, collocatario del minore, che pur se ne sia allontanato prima della introduzione del giudizio. (Nella specie la S.C., nel ribadire il principio, ha assegnato la casa familiare alla madre, collocataria del figlio di età minore, reputando non ostativa la circostanza che la donna si fosse allontanata dalla casa in conseguenza della crisi nei rapporti con il padre del bambino, e non attribuendo rilievo al tempo trascorso dall’allontanamento, dipeso dalla lunghezza del processo, che non può ritorcersi in pregiudizio dell’interesse del minore).

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Le prestazioni patrimoniali compiute nell’ambito della famiglia di fatto assumono i caratteri dell’obbligazione naturale

Tribunale , Siena , 04/12/2018 , n. 1413

In tema di convivenza more uxorio, le attribuzioni patrimoniali intervenute tra conviventi more uxorio, nell’ambito dello svolgimento della vita familiare, vanno qualificate alla stregua di adempimento di obbligazioni naturali, con conseguente impossibilità di ripetere quanto corrisposto ex art. 2034 c.c., con l’unico limite della sproporzione tra l’entità dell’attribuzione patrimoniale e la situazione concreta in cui si svolge la convivenza more uxorio. Quindi, le prestazioni patrimoniali compiute nell’ambito della famiglia di fatto, pertanto, assumono i caratteri della doverosità, sul piano morale e sociale, assumendo i caratteri dell’obbligazione naturale.

Aiuto al suicidio, la Corte Costituzionale rinvia al Parlamento ogni opportuna riflessione e iniziativa

Corte Costituzionale, 16/11/2018 , n. 207

Non è, di per sé, contrario alla Costituzione il divieto sanzionato penalmente di aiuto al suicidio. Tuttavia, occorre considerare specifiche situazioni, inimmaginabili all’epoca in cui la norma incriminatrice fu introdotta, ma portate sotto la sua sfera applicativa dagli sviluppi della scienza medica e della tecnologia, spesso capaci di strappare alla morte pazienti in condizioni estremamente compromesse, ma non di restituire loro una sufficienza di funzioni vitali. Quando la soluzione del quesito di legittimità costituzionale coinvolge l’incrocio di valori di primario rilievo, il cui compiuto bilanciamento presuppone, in via diretta ed immediata, scelte che anzitutto il legislatore è abilitato a compiere, la Corte reputa doveroso consentire al Parlamento ogni opportuna riflessione e iniziativa, in uno spirito di leale e dialettica collaborazione istituzionale. Ciò al fine di evitare, per un verso, che una disposizione continui a produrre effetti reputati costituzionalmente non compatibili, ma al tempo stesso scongiurare possibili vuoti di tutela di valori, anch’essi pienamente rilevanti sul piano costituzionale.

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La dichiarazione nell’atto del coniuge non acquirente sulla natura personale del bene è condizione necessaria ma non sufficiente per l’esclusione dalla comunione

Cassazione civile , sez. II , 14/11/2018 , n. 29342

La dichiarazione resa nell’atto dal coniuge non acquirente, ai sensi dell’ art. 179, comma 2, c.c. , in ordine alla natura personale del bene, si pone, peraltro, come condizione necessaria ma non sufficiente per l’esclusione del bene dalla comunione, occorrendo a tal fine non solo il concorde riconoscimento da parte dei coniugi della natura personale del bene, richiesto esclusivamente in funzione della necessaria documentazione di tale natura, ma anche l’effettiva sussistenza di una delle cause di esclusione dalla comunione tassativamente indicate dall’ art. 179, comma 1, lett. c), d) ed f), c.c. 

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Giudizio sulla responsabilità genitoriale: contradditorio garantito anche nei confronti del figlio minore

Cassazione civile , sez. I , 12/11/2018 , n. 29001

Nel giudizio “de potestate” i genitori e il minore, in qualità di parti del procedimento, hanno diritto ad averne notizia ed a parteciparvi, essendo necessario che il contraddittorio sia assicurato anche nei confronti del minore che, vantando interessi contrapposti ai genitori, deve essere rappresentato da un curatore speciale che ne curi gli interessi.

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Assegno divorzile: il giudice deve dare rilievo al contributo fornito dall’ex coniuge richiedente alla formazione del patrimonio comune e personale.

Corte appello , Cagliari , sez. I , 11/10/2018 , n. 857

Ai sensi della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, dopo le modifiche introdotte con la L. n. 74 del 1987, il riconoscimento dell’assegno di divorzio, cui deve attribuirsi una funzione assistenziale ed in pari misura compensativa e perequativa, richiede l’accertamento dell’inadeguatezza dei mezzi o comunque dell’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, attraverso l’applicazione dei criteri di cui alla prima parte della norma i quali costituiscono il parametro di cui si deve tenere conto per la relativa attribuzione e determinazione, ed in particolare, alla luce della valutazione comparativa delle condizioni economico-patrimoniali delle parti, in considerazione del contributo fornito dal richiedente alla conduzione della vita familiare e alla formazione del patrimonio comune e personale di ciascuno degli ex coniugi, in relazione alla durata del matrimonio e all’età dell’avente diritto, introducendo la necessità di una valutazione complessiva dei parametri normativamente previsti anche ai fini dell’accertamento del diritto al riconoscimento della provvidenza, e superando la rigida distinzione tra criterio attributivo e criteri determinativi dell’assegno di divorzio.

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Chi rinuncia all’assegno di separazione deve dimostrare, ai fini dell’assegno di divorzio, il peggioramento della propria situazione economica e personale.

Corte appello , Cagliari , sez. I , 11/10/2018 , n. 857

Non avendo le parti concordato in sede di separazione un assegno di mantenimento per essere entrambi i coniugi autosufficienti, incombe sul richiedente l’assegno di mantenimento in sede di divorzio l’onere di provare un peggioramento della sua situazione lavorativa e l’impossibilità oggettiva di procurarsi mezzi adeguati per vivere.

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Unioni di fatto: natura delle attribuzioni patrimoniali a favore del convivente “more uxorio”

Tribunale , Siena , 04/10/2018 , n. 1135

Le unioni di fatto, quali formazioni sociali che presentano significative analogie con la famiglia formatasi nell’ambito di un legame matrimoniale e assumono rilievo ai sensi dell’art. 2 Cost., sono caratterizzate da doveri di natura morale e sociale di ciascun convivente nei confronti dell’altro, che si esprimono anche nei rapporti di natura patrimoniale. Ne consegue che le attribuzioni patrimoniali a favore del convivente “more uxorio” effettuate nel corso del rapporto configurano l’adempimento di una obbligazione naturale ex art. 2034 cod. civ., a condizione che siano rispettati i principi di proporzionalità e di adeguatezza.

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Sulla liceità della pubblicazione di dati attinenti alla vita sessuale di una persona

Cassazione civile , sez. I , 25/09/2018 , n. 22770

La pubblicazione dei dati attinenti alla vita sessuale di una persona può considerarsi lecita solo se diretta a fornire una informazione essenziale per la comprensione di fatti di rilevante interesse sociale e comunque nel rispetto della dignità della persona cui si riferiscono i dati.

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La concessione della cittadinanza italiana presuppone apprezzamenti sulla personalità e la condotta di vita dell’interessato

Consiglio di Stato, sez. III, 06/09/2018 , n. 5262

La concessione della cittadinanza italiana è atto ampiamente discrezionale, che non solo deve tenere conto di fatti penalmente rilevanti, esplicitamente indicati dal legislatore, ma che deve valutare anche l’area della loro prevenzione e, più in generale, della prevenzione di qualsivoglia situazione di astratta pericolosità sociale; ciò implica accurati apprezzamenti sulla personalità e la condotta di vita dell’interessato, al fine di comprendere quale sia la probabilità che egli possa arrecare pregiudizio alla sicurezza dello Stato; tale discrezionalità si esplica in un potere valutativo circa l’avvenuta integrazione dello straniero nella comunità nazionale sotto molteplici profili, senza esaurirsi nella stessa; l’amministrazione deve cioè tenere conto di un complesso di circostanze, atte a dimostrarla in termini di condizioni lavorative, economiche, familiari e irreprensibilità della condotta.

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Funzione assistenziale, compensativa e perequativa dell’assegno di divorzio e criteri per la sua determinazione

Cassazione civile, sez. un., 11/07/2018, n. 18287

Il riconoscimento dell’assegno di divorzio, al quale deve attribuirsi una funzione assistenziale e in pari misura compensativa e perequativa, richiede l’accertamento dell’inadeguatezza dei mezzi o comunque dell’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, attraverso l’applicazione di un criterio composito che costituisce il parametro di cui si deve tener conto per la relativa attribuzione e determinazione, e in particolare “alla luce della valutazione comparativa delle condizioni economico-patrimoniale delle parti, in considerazione del contributo fornito dal richiedente alla condizione della vita familiare e alla formazione del patrimonio comune e personale di ciascuno degli ex coniugi, in relazione alla durata del matrimonio e all’età dell’avente diritto”. Questo è quanto stabilito dalle Sezioni unite in relazione alla questione della determinazione dell’assegno di divorzio, dopo che la sentenza della Prima sezione (“Grilli” 11504/2017) dello scorso anno aveva archiviato quel criterio del tenore di vita cui adeguare l’importo dell’assegno che, per 27 anni, era stato considerato dagli stessi giudici il riferimento principale. Per i giudici di legittimità è opportuno riconoscere l’apporto dato alla vita familiare dal coniuge economicamente più debole e il giudice dovrà procedere, in primo luogo, all’accertamento dello squilibrio determinato dal divorzio; per poi verificare l’adeguatezza dei mezzi, che dovrà essere valutata, non solo in relazione alla loro mancanza o insufficienza oggettiva, ma anche “in relazione a quel che si è contribuito a realizzare in funzione della vita familiare e che, sciolto il vincolo, produrrebbe effetti vantaggiosi unilateralmente per una sola parte”.

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Assegno divorzile, il Giudice deve dare particolare rilievo al contributo fornito dall’ex coniuge richiedente alla formazione del patrimonio comune e personale.

Cassazione civile sez. un. 11 luglio 2018 n. 18287

Il riconoscimento dell’assegno di divorzio, al quale deve attribuirsi una funzione assistenziale e in pari misura compensativa e perequativa, richiede l’accertamento dell’inadeguatezza dei mezzi o comunque dell’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, attraverso l’applicazione di un criterio composito che costituisce il parametro di cui si deve tener conto per la relativa attribuzione e determinazione, e in particolare “alla luce della valutazione comparativa delle condizioni economico-patrimoniale delle parti, in considerazione del contributo fornito dal richiedente alla condizione della vita familiare e alla formazione del patrimonio comune e personale di ciascuno degli ex coniugi, in relazione alla durata del matrimonio e all’età dell’avente diritto”. Questo è quanto stabilito dalle Sezioni unite in relazione alla questione della determinazione dell’assegno di divorzio, dopo che la sentenza della Prima sezione (“Grilli” 11504/2017) dello scorso anno aveva archiviato quel criterio del tenore di vita cui adeguare l’importo dell’assegno che, per 27 anni, era stato considerato dagli stessi giudici il riferimento principale. Per i giudici di legittimità è opportuno riconoscere l’apporto dato alla vita familiare dal coniuge economicamente più debole e il giudice dovrà procedere, in primo luogo, all’accertamento dello squilibrio determinato dal divorzio; per poi verificare l’adeguatezza dei mezzi, che dovrà essere valutata, non solo in relazione alla loro mancanza o insufficienza oggettiva, ma anche “in relazione a quel che si è contribuito a realizzare in funzione della vita familiare e che, sciolto il vincolo, produrrebbe effetti vantaggiosi unilateralmente per una sola parte”.

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Va riconosciuto lo stato di figlio al bimbo nato a seguito di PMA da parte di coppia omosessuale.

Tribunale Bologna 06 luglio 2018

È illegittimo il rifiuto dell’ufficiale dello stato civile di ricevere la dichiarazione congiunta di riconoscimento presentata da coppia di genitori omosessuali. Invero, tale riconoscimento risponde al preminente interesse del minore a non essere discriminato rispetto ad altro minore nato in seguito al ricorso a tecniche di p.m.a. da parte di una coppia eterosessuale. Ne discende che negare al figlio il diritto al riconoscimento da parte di entrambe le madri violerebbe il suo diritto a una piena bi genitorialità (non solo di fatto, ma anche di diritto) in base al sesso e all’orientamento sessuale delle sue genitrici.

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Sollevata la questione di legittimità costituzionale della legge 40/2004 nella parte in cui vieta il ricorso alla p.m.a. in Italia alle coppie omosessuali.

Tribunale Pordenone 02 luglio 2018

È dichiarata rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale degli artt. 5 e 12 l. n. 40/2004 nella parte in cui permettono l’accesso alla PMA solo alle coppie di sesso diverso e sanzionano chiunque applichi le tecniche di fecondazione assistita a coppie dello stesso sesso.

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Dichiarazione giudiziale di paternità: il rifiuto di sottoporsi ad indagini ematologiche ha valore indiziario tale da dimostrare la fondatezza della domanda.

Cassazione civile sez. VI 05 giugno 2018 n. 14458

Nel giudizio promosso per la dichiarazione giudiziale di paternità naturale, il rifiuto di sottoporsi ad indagini ematologiche costituisce un comportamento valutabile da parte del giudice, ex art. 116, comma 2, c.p.c. , di così elevato valore indiziario da poter da solo consentire la dimostrazione della fondatezza della domanda.

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In caso di conflitto fra i genitori, il criterio per l’affidamento dei figli minori è il superiore interesse di questi ad una crescita sana ed equilibrata.

Cassazione civile sez. I 24 maggio 2018 n. 12954

In caso di conflitto fra i genitori, il criterio fondamentale cui il giudice deve attenersi nella determinazione delle modalità di affidamento dei figli minori è rappresentato dal superiore interesse di questi ultimi ad una crescita sana ed equilibrata, il cui perseguimento può comportare anche l’adozione di provvedimenti contenitivi o restrittivi di diritti di libertà individuali dei genitori, qualora la loro esteriorizzazione sia in grado di determinare conseguenze pregiudizievoli per il minore, compromettendone la salute psico-fisica e lo sviluppo.

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In caso di separazione dei genitori, i fratelli e le sorelle devono essere collocati presso il medesimo genitore.

Cassazione civile sez. I 24 maggio 2018 n. 12957

La tutela del diritto fondamentale di sorellanza e fratellanza impone che, in caso di separazione dei genitori, i fratelli e le sorelle debbano essere collocati presso il medesimo genitore, salvo che emerga la contrarietà in concreto di tale collocamento al loro interesse.

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In Italia il modello per regolamentare i matrimoni celebrati all’estero tra un cittadino italiano e uno straniero dello stesso sesso è l’unione civile.

Cassazione civile sez. I 14 maggio 2018 n. 11696

Il matrimonio tra persone dello stesso sesso contratto all’estero tra un cittadino italiano ed uno straniero, ai sensi dell’ art. 32-bis della legge n. 218 del 1995 , può essere trascritto nel nostro ordinamento come unione civile, essendo trascrivibile come matrimonio solo quello contratto all’estero da due cittadini stranieri. Né tale previsione è discriminatoria per ragioni di orientamento sessuale ed in contrasto con gli artt. 2, 3, 29 e 117 Cost. , in relazione agli artt. 8 e 14 della Cedu , poiché la scelta del modello di unione riconosciuta tra persone dello stesso sesso negli ordinamenti facenti parte del Consiglio d’Europa è rimessa al libero apprezzamento degli Stati membri, purché garantisca a tali unioni uno standard di tutele coerente con il diritto alla vita familiare ex art. 8 come interpretato dalla Corte Edu. […] In tema di trascrizione di matrimonio, unione civile o altri istituti analoghi costituiti all’estero tra persone dello stesso sesso, le disposizione della legge n. 76 del 2016 e dei decreti di attuazione n. 5 e n. 7 del 2017 si applicano anche ai vincoli costituiti prima dell’entrata in vigore della predetta disciplina poiché, ai sensi dell’ art. 1, comma 28, della l. n. 76 del 2016 , tali norme sono state espressamente formulate per garantire un trattamento giuridico uniforme a situazioni identiche sorte in tempi diversi.

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L’importo dell’assegno di mantenimento non è compensabile con altri crediti.

Cassazione civile sez. VI 14 maggio 2018 n. 11689

Il carattere sostanzialmente alimentare dell’assegno di mantenimento a beneficio dei figli, in regime di separazione, comporta la non operatività della compensazione del suo importo con altri crediti. 

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Non sono contrari all’ordine pubblico il carattere omossessuale della coppia genitoriale, né la procreazione medicalmente assistita in coppie omosessuali.

Tribunale Roma sez. I 11 maggio 2018

Non sono contrari all’ordine pubblico né il carattere omossessuale della coppia genitoriale, né la Procreazione Medicalmente Assistita in coppie formate da persone del medesimo sesso, alla luce dell’evoluzione giurisprudenziale di tale concetto in essa approfonditamente ricostruita.

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Separazione, non sussiste il diritto al rimborso delle spese sostenute per le esigenze familiari da un coniuge nei confronti dell’altro durante il matrimonio.

Cassazione civile sez. VI 07 maggio 2018 n. 10927

Poiché durante il matrimonio ciascun coniuge è tenuto a contribuire alle esigenze della famiglia in misura proporzionale alle proprie sostanze, secondo quanto previsto dagli artt. 143 e 316 bis, primo comma, c.c. , a seguito della separazione non sussiste il diritto al rimborso di un coniuge nei confronti dell’altro per le spese sostenute in modo indifferenziato per i bisogni della famiglia durante il matrimonio. 

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 Obbligo dei nonni di contribuire al mantenimento dei nipoti: limiti e condizioni.

Cassazione civile sez. VI 02 maggio 2018 n. 10419

L’obbligo dei nonni di contribuire al mantenimento dei nipoti scatta solo se i genitori dimostrano di non essere in grado di provvedere né di incrementare il loro reddito. Di conseguenza, la nuora non può chiedere alla suocera gli alimenti per i nipoti perché l’ex marito è inadempiente. Ad affermarlo è la Cassazione per la quale l’obbligo di mantenere i figli minori spetta prima di tutto ai genitori, con la conseguenza che se uno dei due non vuole adempiere il suo dovere, l’altro è tenuto a far fronte per intero alle loro esigenze, fermo restando la possibilità di citare in giudizio il genitore inadempiente per ottenere un contributo calibrato sulle sue possibilità.

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Tutela e curatela.

Cass. civ. Sez. VI – 3 Ord., 05 aprile 2018, n. 8438

In conflitto d’interessi tra padre e figlio minore che legittima la nomina di un curatore speciale sussiste soltanto quando i due soggetti si trovino o possano in seguito trovarsi in posizione di contrasto, nel senso che l’interesse proprio del rappresentante, rispetto all’atto da compiere, mal si concili con quello del rappresentato. Cosicché il conflitto in questione non si configura quando, pur avendo tali soggetti un interesse proprio e distinto al compimento dell’atto, questo corrisponda al vantaggio comune di entrambi, per cui i due interessi secondo l’apprezzamento del giudice del merito, incensurabile in sede di legittimità se congruamente tra loro concorrenti e compatibili. 

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Per individuare la residenza abituale di un minore di soli 2 anni si usano gli indicatori proiettivi.

Cassazione civile sez. un. 30 marzo 2018 n. 8042

Per individuare la residenza abituale di un minore di tenera età (2 anni), necessaria per la scelta del Giudice competente, si devono valorizzare indicatori di natura proiettiva, quali l’iscrizione all’asilo in un determinato Paese, l’incardinamento in tale sistema pediatrico. Altri elementi, quali i periodi non brevi trascorsi dal minore in un altro Paese sono, invece, da considerarsi ‘recessivi’ rispetto a quelli sopra indicati.

Assegno di mantenimento divorzile si o no? Nel dubbio si rinvia e si attendono le Sezioni Unite.

Cassazione Civile, 21 Marzo 2018

Dopo che la stessa Prima Sezione Civile si era pronunciata, in caso di divorzio, con sentenza n.11504/2017 negando l’assegno di mantenimento al coniuge economicamente indipendente, sancendo il principio per cui se è accertato che [il coniuge richiedente] è economicamente indipendente o è effettivamente in grado di esserlo, non deve essergli riconosciuto il relativo diritto”, stavolta, con ordinanza recentissima depositata il 21 Marzo, ha preferito “rinviare la causa a nuovo ruolo, in attesa della pronuncia delle Sezioni Unite sull’interpretazione dell’art. 5, comma 6, della legge n. 898 del 1970, modificata nel 1987, in tema di riconoscimento e quantificazione dell’assegno divorzile”. La pronuncia delle Sezioni Unite dovrebbe arrivare ad Aprile 2018, chiarendo cosi, definitivamente la natura dell’assegno di divorzio e se dovrà tenersi conto dell’autosufficienza economica o del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio. 

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Il rifiuto del figlio di sottoporsi al prelievo ematologico non è prova ai fini dell’impugnazione del riconoscimento di figlio naturale.

Tribunale Alessandria, 12 marzo 2018 n. 208

L’accoglimento dell’impugnazione del riconoscimento di figlio naturale per difetto di veridicità postula la dimostrazione dell’assoluta impossibilità che l’autore del riconoscimento sia il padre del soggetto riconosciuto come figlio. Va precisato, peraltro, che non può considerarsi prova adeguata e sufficiente il rifiuto del soggetto riconosciuto come figlio di sottoporsi al prelievo ematologico. Ed inoltre, vertendosi in materia di diritti indisponibili, va escluso che possa essere attribuito valore confessorio alle dichiarazioni fatte dal figlio nel corso del procedimento.

 

Mancato mantenimento dei figli minori: la Cassazione non perdona anche quando l’ex moglie lo fa.

Cassazione civile, Marzo 2018.

Il reato previsto all’art. 570 c.p. “esclude la punibilità a querela del delitto di violazione di obblighi di assistenza familiare commesso nella forma dell’omessa corresponsione dei mezzi di sussistenza ai discendenti di età minore”. Cosi la Cassazione Civile, con sentenza n.14500/2018, motiva e accoglie il ricorso promosso dal Procuratore generale della Corte d’Appello di Bologna avverso la sentenza che aveva dichiarato di non doversi procedere per intervenuta remissione di querela per il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare, contestato al marito, per aver omesso di corrispondere alla moglie la somma di 600 euro mensili per i figli minori e di 150 euro per la moglie stessa, in adempimento di quanto stabilito con provvedimento omologato dal tribunale.

 

Il figlio adottato può conoscere l’identità dei fratelli biologici.

Cassazione Civile, Marzo 2018

Dopo il via libera alla possibilità per il figlio adottato di conoscere la madre biologica, previo interpello alla stessa (nel rispetto della volontà di anonimato), con sentenza del 20 marzo 2018 n.6963, la Cassazione (sez. I Civile) ha nuovamente dettato una svolta epocale. Ribaltando l’esito negativo della sentenza della Corte d’Appello Civile di Torino, la Suprema Corte ha sancito il principio secondo cui «L’adottato ha diritto di conoscere le proprie origini accedendo alle informazioni concernenti, non solo l’identità dei propri genitori biologici, ma anche quella delle sorelle e fratelli biologici adulti, previo interpello di questi ultimi mediante procedimento giurisdizionale idoneo ad assicurare la massima riservatezza ed il massimo rispetto della dignità dei soggetti da interpellare, al fine di acquisirne il consenso all’accesso alle informazioni richieste o di constatarne il diniego, da ritenersi impeditivo all’esercizio del diritto».

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La sentenza di nullità del matrimonio pronunciata con pronunciata dal Tribunale Ecclesiastico tramite processus brevior è delibabile.

Corte d’Appello di Lecce, Febbraio 2018.

La Corte D’Appello di Lecce ha dichiarato efficace, con sentenza 7/2018 pubblicata il 2/2/2018, una sentenza del Tribunale Ecclesiastico Regionale Pugliese che dichiarava la nullità del matrimonio concordatario tra le parti. La suddetta sentenza è stata pronunciata facendo ricordo al rito breve dinanzi al Vescovo diocesano e non a quello ordinario, ciononostante la Corte ha riscontrato gli estremi per una delibazione attribuendo piena efficacia e ordinandone la trascrizione a cura dell’Ufficiale di Stato civile del Comune, in quanto ha accertato che non vi è stato pregiudizio per la difesa delle parti nonostante la natura “breve” del procedimento.

 

Scoperta dell’adulterio e termine di decadenza per la domanda di disconoscimento. Il termine ricorre dal momento della conoscenza certa e non dal mero sospetto di una relazione.

Cassazione Civile, Febbraio 2018.

Con ordinanza n.3263 del 09/02/2018, la Sez.I della Corte di Cassazione ha sancito il principio secondo cui il termine annuale che decorrerebbe per promuovere un’azione di disconoscimento di paternità ai sensi dell’art. 244 c.c., va fissato dal momento della conoscenza certa ( e non da un mero sospetto) di una vera e propria relazione o anche solo di un incontro di natura sessuale all’epoca del concepimento, non essendo sufficiente una semplice infatuazione o una frequentazione della moglie con un altro uomo. Con ciò, confermando la precedente sentenza di Appello che aveva considerato tempestiva la domanda di disconoscimento di paternità proposta immediatamente dopo l’esito del test del DNA, nonostante la pregressa conoscenza del tradimento della moglie.

 

Assegno divorzile e nuova convivenza del coniuge beneficiario.

Corte di Cassazione, Febbraio 2018

L’assegno divorzile non è più dovuto se il coniuge beneficiario convive more uxorio. A stabilirlo è il Tribunale di Brescia in prima battuta, e la VI sezione della Corte di Cassazione che ha accolto l’istanza del ricorrente, il quale chiedeva di essere esonerato dall’obbligo di corresponsione dell’assegno a beneficio della moglie, che conviveva ormai da tempo more uxorio con il nuovo compagno. La Cassazione ha deciso a favore del ricorrente richiamando giurisprudenza consolidata, in forza della quale l’instaurazione di una convivenza stabile e duratura,fa venir meno il diritto all’assegno di mantenimento. Tuttavia in questo caso, la Cassazione, fermo il principio sopra esposto, ha rinviato alla Corte d’appello di Brescia perché accerti il momento esatto in cui la convivenza si è costituita. Fondamentale è, infatti provare il momento storico in cui la mera convivenza si sia tramutata in una vera e propria “famiglia di fatto”“ portatrice di valori di stretta solidarietà, arricchimento e sviluppo della personalità di ogni componente, e di educazione e istruzione dei figli”. Solo così si potrà ricostruire una posizione debitoria del soggetto che ha beneficiato del mantenimento senza averne diritto (Ordinanza Cassazione Civile 2732/2018).

Principio del “tenore di vita precedentemente goduto” resta valido solo per i figli.

Corte di Cassazione, Febbraio 2018.

Se in tema di determinazione dell’assegno di mantenimento del coniuge, è venuto meno il principio del “tenore di vita goduto in costanza di matrimonio”, cosi non può certamente dirsi per la determinazione del contributo dovuto al mantenimento dei figli. A sancirlo con una recente Ordinanza (n.3922/18), la VI sezione civile della Corte di Cassazione la quale ha stabilito che per il mantenimento dei figli occorre considerare “costi diversi dal mero sostentamento e relativi anche all’aspetto abitativo,scolastico,sanitario e sociale” precisando che “I FIGLI HANNO IL DIRITTO DI MANTENERE IL TENORE DI VITA LORO CONSENTITO DAI PROVENTI E DALLE DISPONIBILITA’ CONCRETE DI ENTRAMBI I GENITORI E CIOE’ QUELLO CHE AVREBBERO POTUTO GODERE IN COSTANZA DI CONVIVENZA.”

 

Separazione: addebito anche alla moglie che “risponde” alle aggressioni del coniuge con l’infedeltà.

Corte di Cassazione, Febbraio 2018

L’addebito della separazione anche alla moglie in quanto la condotta violenta del coniuge non può giustificare la violazione dei doveri coniugali e infedeltà. Il principio è stato affermato da un’Ordinanza (19 Febbraio 2018, n.3923) della Corte di Cassazione, sezione VI Civile. Secondo la Corte, l’infedeltà è una violazione particolarmente grave che determina, da sola, l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza e giustifica un addebito; tanto che la relazione del coniuge con estranei rende assolutamente addebitabile la separazione anche quando non si sostanzi in adulterio ma comporti comunque l’offesa della dignità e dell’onore dell’altro coniuge. Puntualizzato ciò, la Cassazione precisa che l’onere di provare la condotta infedele grava, ovviamente, sul coniuge che chiede l’addebito, così come spetta all’altro coniuge l’onere di provare l’anteriorità della crisi matrimoniale all’infedeltà. Dunque, la condotta violenta del coniuge non può mai essere giustificata dai comportamenti dell’altro, tuttavia la violenza subita dalla moglie non vale a giustificare la violazione dei doveri che sorgono dal matrimonio.

Il riconoscimento del figlio infraquattordicenne già riconosciuto dall’altro genitore deve effettivamente rispondere all’interesse del minore.

Cassazione civile sez. I 28 febbraio 2018 n. 4763

Il riconoscimento del figlio minore infraquattordicenne nato fuori dal matrimonio, già riconosciuto da un genitore, costituisce un diritto soggettivo dell’altro, tutelato nell’art. 30 cost., che può, tuttavia, essere sacrificato in presenza del rischio della compromissione dello sviluppo psicofisico del minore stesso. In questo quadro, si pone la necessità di realizzare un bilanciamento tra l’esigenza di affermare la verità biologica con l’interesse alla stabilità dei rapporti familiari, attraverso una valutazione in concreto dell’interesse del minore stesso.

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La costituzione di fondo patrimoniale è suscettibile di revocatoria salvo prova della sua necessità per adempiere a un dovere morale.

Tribunale Firenze sez. III 27 febbraio 2018 n. 596

La costituzione del fondo patrimoniale per fronteggiare i bisogni della famiglia, anche qualora effettuata da entrambi i coniugi, non integra, di per sè, adempimento di un dovere giuridico, non essendo obbligatoria per legge, ma configura un atto a titolo gratuito, non trovando contropartita in un’attribuzione in favore dei disponenti, suscettibile, pertanto, di revocatoria, a norma dell’art. 64 legge fall., salvo che si dimostri l’esistenza, in concreto, di una situazione tale da integrare, nella sua oggettività, gli estremi del dovere morale ed il proposito del “solvens” di adempiere unicamente a quel dovere mediante l’atto in questione.

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Nella divisione dei beni della comunione legale rientra sia l’attivo che il passivo.

Cassazione civile sez. VI 21 febbraio 2018 n. 4186

L’art.194 c.c., che regola il criterio divisionale della comunione legale, risponde al principio per cui “lo stesso concetto di comunione de residuo non può avere riguardo ai beni destinati a confluirvi senza avere contemporaneamente riguardo alle passività che gravano su quei beni, anche solo in virtù della garanzia generica ex art. 2740 c.c. 

 

Privazione del rapporto genitoriale: al minore può derivare sia un danno patrimoniale che non patrimoniale.

Tribunale Firenze sez. I 14 febbraio 2018 n. 452

Nel caso di privazione del rapporto genitoriale è ammesso il risarcimento ex art. 2059 c.c. Il pregiudizio patito dal minore può essere sia patrimoniale sia non patrimoniale. Il danno patrimoniale è senz’altro rappresentato dal mancato sostegno economico patito dal minore, oltre alla perdita di chance che il figlio avrebbe potuto avere se educato e cresciuto dal genitore. Per quel che concerne il danno non patrimoniale esso involge lo strappo insanabile al tessuto connettivo primario della famiglia, tale essendo la vita di una persona minorenne privata del genitore per volontà unilaterale di quest’ultimo. Si tratta di lesione che, tenuto conto di tutti gli indici già evidenziati, è sicuramente seria e grave.

 

Sentenza di accertamento della filiazione: effetti e natura.

Tribunale Firenze sez. I 14 febbraio 2018 n. 452

Il genitore naturale, dichiarato tale con provvedimento del giudice, non può sottrarsi alla obbligazione nei confronti del figlio per la quota posta a suo carico, ma è tenuto a provvedere sin dal momento della nascita, e, per altro verso, che il genitore il quale ha provveduto in via esclusiva al mantenimento del figlio ha azione nei confronti dell’altro per ottenere il rimborso pro quote delle spese sostenute dalla nascita. Tale azione non è utilmente esercitabile se non dal momento del passaggio in giudicato della sentenza di accertamento della filiazione (atteso che soltanto per effetto della pronuncia si costituisce lo status di figlio naturale, sia pure con effetti retroagenti alla data della nascita); con la conseguenza che detto momento segna altresì il dies a quo della decorrenza della prescrizione del diritto stesso. La sentenza di accertamento giudiziale di paternità ha natura intrinsecamente costitutiva, in quanto attribuisce lo status di figlio e costituiscono pertanto il presupposto per l’esercizio dei diritti ad esso connessi, ma dichiarativa sotto il profilo degli effetti che retroagiscono al momento della nascita. Tenuto conto della connessione esistente tra il diritto del figlio al mantenimento e il diritto del genitore al rimborso, anche l’esercizio dell’azione di regresso presuppone l’accertamento dello status di figlio e con esso del diritto al mantenimento.

 

Ogni figlio ha non solo il diritto di essere “mantenuto, educato, istruito”, ma anche di essere “assistito moralmente” dai genitori.

Tribunale Firenze sez. I 14 febbraio 2018 n. 452

In tema di filiazione, il legislatore della recente riforma della filiazione (Legge n. 219/2012) ha previsto, all’art. 315-bis c.c., che ogni figlio ha non solo il diritto di essere “mantenuto, educato, istruito”, ma anche di essere “assistito moralmente” dai genitori: cosicchè il riconoscimento di tale posizione privatistica è ora definitivamente garantito. Il nostro ordinamento giuridico considera il minore non solo come oggetto di protezione ma bensì come soggetto di diritto. Quindi, spetta ad entrambi i coniugi educare ed istruire la prole: nel momento in cui un genitore abbandona di fatto il minore, quest’ultimo viene privato del suo ambiente primario (i.e. la famiglia).

 

Esperibile l’azione revocatoria su di un bene incluso in un fondo patrimoniale.

Cassazione civile sez. I 14 febbraio 2018 n. 3641

Ai sensi dell’art. 2901, comma 1, c.c., il creditore può esperire l’azione revocatoria nei confronti del fondo patrimoniale costituito dal coniuge ed avente ad oggetto un immobile di sua proprietà.

 

Il genitore che ha provveduto al mantenimento dei figli anche per l’altro genitore può agire per il rimborso anche per il periodo precedente alla domanda.

Tribunale Reggio Emilia sez. I 08 febbraio 2018

Il riconoscimento del figlio implica per il genitore tutti i doveri propri della procreazione legittima, incluso quello del mantenimento ex art. 148 c.c.. La relativa obbligazione si collega allo “status” genitoriale ed assume, di conseguenza, pari decorrenza, dalla nascita del figlio, con il corollario che l’altro genitore, il quale nel frattempo abbia assunto l’onere del mantenimento anche per la porzione di pertinenza del genitore giudizialmente dichiarato (secondo i criteri di ripartizione di cui al citato art. 148 c.c.), ha diritto di regresso per la corrispondente quota, sulla scorta delle regole dettate dall’art. 1299 c.c. nei rapporti fra condebitori solidali.

  

Ammonita la madre che ostacola il rapporto padre-figlia denigrando l’ex marito.

Tribunale di Treviso, Gennaio 2018

Il diritto dei figli alla bigenitorialità, alla presenza costruttiva e rassicurante di entrambi i genitori, in un momento delicato come quello della separazione è fondamentale. Motivo per il quale il Tribunale di Treviso con sentenza del Gennaio 2018, n.92 ammonisce la madre (ai sensi dell’art 709 ter c.p.c) ad astenersi da condotte ostative delle frequentazioni padre-figlia e denigratori nei confronti del padre.Nella caso in questione, la moglie aveva indotto nelle figlie il convincimento che il padre fosse persona disdicevole e pericolosa, dedita all’uso/abuso di sostanze alcoliche, in modo da far sì che cessassero i rapporti, anche telefonici, con l’altro genitore. La condanna del Tribunale, seppure senza irrogazione di sanzione, riveste una funzione dissuasiva della reiterazione di tali comportamenti, pregiudizievoli per il padre, ma soprattutto per la corretta crescita ed educazione dei figli.

 

Comunione legale: frutti dei beni personali non rientrano nella comunione “de residuo”.

Cassazione Civile, Gennaio 2018.

Secondo la sez.I civile della Corte di Cassazione, in caso di regime di comunione legale tra i coniugi, ai sensi dell’art 177 c.c., può ritenersi escluso che rientrino nella comunione “de residuo” i frutti di beni personali di uno dei coniugi, in corso di maturazione al tempo dello scioglimento della comunione e non ancora percepiti. Nel caso di specie ha escluso che rientrassero nella comunione “de residuo” gli interessi di alcuni buoni postali di proprietà di uno dei coniugi, non ancora percepiti e in corso di maturazione al momento della separazione.

Sentenza clamorosa: L’Italia condan dalla CEDU in tema di Violenza sulle Donne

Il 2 marzo 2017 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia per l’inosservanza degli obblighi di cui agli articoli 2 e 3 della CEDU, relativi alla violazione del diritto alla vita e del divieto di trattamenti inumani e degradanti nonché per divieto di discriminazione.

La sentenza è giunta al termine di un processo iniziato con ricorso di una donna Torinese che lamentava la mancata adozione, da parte dell’Autorità Italiana, di misure volte a tutelare lei e i suoi figli.

Nel caso concreto la donna era vittima di maltrattamenti, lesioni e minacce da parte del marito. La donna si era, quindi, rivolta alle autorità per richiedere l’adozione di misure urgenti per tutelare e i figli, non appena l’atto fu notificato davanti al Giudice di Pace il marito tentò di uccidere la donna e uccise il figlio.

Nonostante la condanna dell’uomo all’ergastolo, la donna ha proposto ricorso alla CEDU, la quale richiamando una precedente sentenza del 2009, ha ravvisato la violazione da parte dell’Italia dell’obbligo di adottare misure per proteggere le persone vulnerabili.

La CEDU sottolinea come, l’obbligo nasca nel momento in cui lo Stato ha conoscenza e la certezza dell’imminente pericolo per la persona e nonostante ciò non abbia assunto alcuna misura per tutelarla e, non abbia altresì, instaurato tempestivamente un giudizio penale.

Questa sentenza da un chiaro segnale su tema delicato e attuale quale la violenza sulle donne, che purtroppo in Italia riempie, quasi, quotidianamente le pagine di cronaca.

 

Famiglia: i figli restano ai Servizi Sociali se la madre continua a ostacolare i rapporti con il padre

 

Affinché si possa revocare l’affidamento dei figli ai servizi sociali è necessario verificare in concreto il cambiamento significativo della condotta della madre, dimostrabile solo attraverso il risultato della fuoriuscita dei figli dalla conflittualità genitoriale.

Con sentenza del 23 marzo 2017, la Corte d’Appello di Roma ha confermato l’affidamento ai servizi sociali di due bambine con collocamento presso la madre e frequentazione del padre con modalità protette. La particolare forma di affidamento è disposta, a causa delle gravi responsabilità della donna nella determinazione sia della condizione di disagio personale delle figlie che delle difficoltà relazionali tra le figlie e la figura paterna.

Quindi il mancato cambiamento della madre, non permette di accordarle nuovamente piena e incondizionata fiducia circa la sua capacità di crescere adeguatamente le figlie.

 

PAS: non è una patologia ma un comportamento illecito

 

Con decreto del marzo 2017, il Tribunale di Milano, sezione nona, ha dichiarato che la PAS (meglio nota come sindrome da alienazione parentale) non è una patologia ma casomai un comportamento illecito posto in essere dal genitore collocatario per emarginare e neutralizzare l’altra figura genitoriale. Queste condotte, secondo il Tribunale di Milano, non necessitano dell’elemento psicologico del dolo essendo sufficiente la colpa o anche la radice patologica di tali condotte.

Nel caso di specie, il Tribunale, ha altresì disposto l’affidamento del minore al Comune, avendo il comportamento della madre causato una situazione di pericolosa vulnerabilità del minore.

 

Figli Minori: è possibile imporre al minore di frequentare l’altro genitore?

 

La risposta al quesito è data dal Tribunale di Torino che, in linea con le decisioni della Corte europea dei diritti dell’uomo che prescrivono al Giudice di individuare e di concretizzare il diritto del genitore a mantenere il legame con i figli sempre nell’ottica prevalente di favorire l’interesse superiore del minore, ha deciso che il mantenimento dei rapporti familiari non deve essere imposto al minore che si oppone di frequentare l’altro genitore, al fine di tutelare l’interesse del primo rispetto ad ogni altro diritto.

Per tale motivo il criterio da adottare, al fine di tutelare i minori nell’ipotesi di crisi familiare, è quello contenuto nell’art. 337 ter comma 2 c.c. “il giudice adotta i provvedimenti relativi alla prole con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale di essa”.

I Giudici, alla luce della soprariportata norma, dovranno, adottare i provvedimenti tenendo conto dell’interesse del figlio al fine di mantenere un rapporto equilibrato e sereno con entrambi i genitori.

 

Separazione: addebito al marito che tradisce, anche se lei lascia la casa

 

Lui tradisce e lei va via di casa. La separazione va addebitata al marito perché è sua la responsabilità della rottura della vita matrimoniale a causa della relazione extraconiugale.

Questa è la decisione della Cassazione che, con la recente sentenza n. 7469/2017, ha respinto il ricorso di un uomo che si opponeva all’addebito della separazione a suo carico, insistendo sull’abbandono della casa coniugale da parte dell’ex moglie e dunque sulla sua violazione del dovere di coabitazione.

Ma, la Suprema Corte sottolinea come l’allontanamento dalla casa familiare da parte della ex fosse legato alla scoperta della relazione da lui intrattenuta con un’altra, e che questa fosse la vera ragione della fine del rapporto. Ciò giustifica pertanto, afferma la prima sezione civile, in accordo con quanto stabilito dal Giudice d’Appello, l’abbandono del tetto coniugale, in quanto “effetto della frattura dell’unione già verificatasi”. In quest’ottica, concludono gli Ermellini l’allontanamento della stessa dalla casa coniugale “non costituiva violazione del dovere di coabitazione, perché determinato dalla scoperta di una relazione intrapresa dall’uomo con un’altra donna”.

Rapporto “simbiotico” con la madre: il figlio va col padre

 

La VI sezione Civile della Corte di Cassazione, con sentenza n. 23324, del 16 novembre 2016, ha stabilito che se il figlio ha un rapporto troppo stretto con la madre si dispone il collocamento prevalente presso il padre affinché ci sia un corretto ed equilibrato sviluppo della crescita del bambino.

Gli Ermellini hanno confermato la sentenza della Corte territoriale collocando il figlio minore presso il padre. A nulla è valso il fatto che il bambino avesse espresso senza alcuna esitazione il desiderio di continuare a vivere con la madre.

Presupposto che sta alla base della decisione è quello di ristabilire un equilibrio tra i rapporti che il figlio ha con entrambi i genitori, allentando il rapporto “simbiotico” che ha con la madre ed intensificando quello col padre al fine di garantirne il suo equilibrato sviluppo.

 

Mantenimento dei figli: non versare una sola volta l’assegno ai figli non è reato

Non viola gli obblighi di assistenza familiare il padre che non versa, per una sola volta, l’assegno di mantenimento ai figli: il delitto di cui all’art. 570 c.p., infatti, è integrato solo se la condotta fa venire meno i mezzi di sussistenza, concretandosi nella sostanziale dismissione delle funzioni genitoriali. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, sesta sezione penale, nella sentenza n. 13410/2017.

Il ricorrente veniva condannato dai giudici di merito per violazione degli obblighi di assistenza familiare a danno del figlio minore, a causa del mancato versamento dell’assegno di mantenimento.

Il Collegio ricorda che la nozione civilistica di mantenimento è più ampia rispetto a quella di mezzi di sussistenza, che comprendono sia i mezzi necessari per la sopravvivenza vitale sia gli strumenti che consentano, in rapporto alle capacità economiche dell’obbligato, un soddisfacimento, anche se contenuto, di accessorie esigenze di vita quotidiana, sicché l’adempimento dell’obbligo nei confronti dei figli minori si realizza con il regolare apprestamento dei mezzi necessari da parte dei genitori affidatari.

L’obbligato, per escludere la sua responsabilità penale, “deve allegare idonei e convincenti elementi indicativi della concreta impossibilità di adempiere”, consistenti nell’assoluta e incolpevole indisponibilità di introiti sufficienti a soddisfare le esigenze minime di vita degli aventi diritto.

 

Unioni civili: al via il registro e le formule per i riti

Sono state pubblicate le formule per la redazione degli atti dello stato civile per le unioni tra persone dello stesso sesso. A darne notizia è il Ministero dell’Interno, con comunicato pubblicato in Gazzetta Ufficiale.

Con la pubblicazione del decreto (DM 27 febbraio 2017), trovano attuazione le previsioni della Legge Cirinnà (e del d.lgs. n. 5/2017), che apportano le modifiche necessarie in materia di tenuta dei registri delle unioni civili tra persone dello stesso e le relative formule di rito per la redazione degli atti dello stato civile.

I registri ad hoc, così come disposto nel provvedimento, verranno utilizzati fino alla data in cui diverrà operativo l’archivio nazionale informatizzato.

Per quanto riguarda, poi, il formato dei registri, l’indice annuale, la carta da utilizzare, il recto e il verso dei fogli, e ogni altra caratteristica tecnica relativa a stampa, scritturazione, conservazione e redazione degli atti si applicano, essendo compatibili, le disposizioni vigenti previste per gli altri registri dello stato civile.

 

Addio al mantenimento anche se lei convive solo con un amico

Anche se lei va a vivere con un amico può dire addio all’assegno da parte dell’ex marito, questa la decisione della Corte di Cassazione Civile (sentenza n. 6009/2017) a seguito dell’accoglimento del ricorso di un uomo che contestava l’obbligo di pagare all’ex consorte un assegno di 800 euro al mese nonostante convivesse da tempo con un altro.

La donna, soccombente in primo grado, aveva avuto ragione in appello, dove la Corte territoriale aveva ritenuto che l’unica prova disponibile fosse la coabitazione della stessa con un altro, ma che non vi fosse prova di una stabile convivenza “caratterizzata dalla piena comunione spirituale e materiale”.

Inoltre la donna sosteneva che si trattasse solo di un’affettuosa amicizia.

Ma gli Ermellini ribaltano tutto, difatti, rispetto ai dati accertati, l’affermazione della Corte territoriale, per la quale il trasferimento della donna costituiva prova di mera coabitazione e non anche di convivenza more uxorio, “appare del tutto illogica, non essendo dato comprendere quali siano, nella specie, gli elementi che varrebbero a distinguere la prima situazione dalla seconda”. Inoltre, peraltro, hanno concluso, non può porsi a carico del marito “l’onere di dimostrare il grado di intimità” intercorrente fra la ex e il suo nuovo compagno.

 

Mantenimento figli: darsi all’ippica costa, ma papà deve pagare

Il papà è tenuto a pagare le spese straordinarie versate per i corsi di ippica della figlia nata fuori dal matrimonio: le fotografie che l’uomo ha, con orgoglio postato su Facebook, in data anteriore all’accordo con la ex omologato dal Tribunale dei minori, dimostrano che il padre era consapevole e favorevole allo svolgimento della costosa disciplina. Lo stesso, invece, non può dirsi rispetto ai corsi di ginnastica che la giovane atleta ha deciso di seguire, in quanto non è provato che il padre abbia dato il consenso allo svolgimento della nuova attività fisica.

Questo è quanto ha stabilito il Tribunale di Roma, prima sezione civile, nella sentenza n. 17127/2016.

Per il Tribunale, il padre è tenuto a pagare la sua parte per quanto riguarda il conto del circolo ippico: perché il suo consenso alla costosa attività sportiva praticata dalla figlia deve ritenersi implicito in quanto l’uomo non solo non ha mai comunicato il suo dissenso all’ex per il futuro, nel caso in cui l’impegno fosse diventato insostenibile, ma, anzi, ha pubblicato con orgoglio su Facebook le foto delle gare, dimostrando di accettare consapevolmente e favorevolmente l’attività.

Diverso, invece, è il discorso per le spese per le lezioni di ginnastica, dalle quali il giudice ritiene di esonerare il genitore, in quanto l’attività svolta presso l’associazione dilettantistica, spiega la sentenza, è diversa e isolata rispetto all’equitazione che la giovane invece svolge a livello agonistici.

Si riporta inoltre, la linea guida della Corte di Cassazione, in tema di spese straordinarie: “non è configurabile a carico del coniuge affidatario un obbligo di informazione e di concertazione preventiva con l’altro coniuge in ordine alla determinazione delle spese straordinarie“, questo perché si tratta di una decisione “di maggiore interesse” per il figlio e sussiste, pertanto, a carico del coniuge non affidatario, un obbligo di rimborso qualora non abbia tempestivamente addotto validi motivi di dissenso.

Quindi, nel caso di mancata concertazione preventiva e di rifiuto di provvedere al rimborso della quota di spettanza da parte del coniuge che non le ha effettuate, il Giudice deve verificare la rispondenza delle spese all’interesse del minore mediante la valutazione della commisurazione dell’entità della spesa rispetto all’utilità e della sostenibilità della spesa stessa rapportata alle condizioni economiche dei genitori.

La Corte, inoltre, ha ribadito che il principio di bi-genitorialità non può comportare la rimborsabilità delle sole spese straordinarie che abbiano il consenso di entrambi i genitori escludendo così anche quelle spese che si dimostrino non voluttuarie e corrispondenti all’interesse del figlio beneficiario del diritto al mantenimento (ad esempio quelle conseguenti alla scelta dell’università più adatta agli studi universitari del figlio) sempre che le stesse non siano compatibili con le condizioni economiche dei genitori.

 

Dalla potestà genitoriale alla “responsabilità genitoriale”.

Ovunque, nell’ Ordinamento, la potestà genitoriale viene ad essere ridefinita dalla sintesi concettuale europea “responsabilità genitoriale”: “i diritti e doveri di cui è investita una persona fisica o giuridica in virtù di una decisione giudiziaria, della legge o di un accordo in vigore riguardanti la persona o i beni di un minore. Il termine comprende, in particolare, il diritto di affidamento e il diritto di visita” (Reg. CE n. 2201/2003).

 

Residenza del Minore.

In linea con il dizionario europeo (che include nella nozione di “affidamento” la scelta condivisa circa il luogo di residenza abituale del minore), onde fugare ogni dubbio al riguardo, viene chiarito in modo espresso che la residenza abituale del fanciullo è scelta dai genitori di “comune accordo” (artt. 316 c.c.; 337-ter comma III c.c.)

 

La “nuova” legittimazione attiva dei “nonni”, davanti al Tribunale dei Minori.

L’art. 317-bis c.c. viene completamente riformato e ora ospita l’azione degli ascendenti promosso nel caso in cui sia impedito il loro diritto “di mantenere rapporti significativi con i nipoti minorenni”. Il nuovo art. 38 disp. att. c.c. riformato in parte qua, rimette al Tribunale per i Minorenni la competenza sulla domanda.

 

Ascolto del minore.

L’ascolto del minore diviene, di fatto, sempre obbligatorio, salvo il giudice lo ritenga in contrasto con l’interesse del fanciullo o manifestamente superfluo: in tutti i procedimenti in cui debbano essere adottati provvedimenti che lo riguardano (336-bis comma I c.c.); nei procedimenti in cui si omologa o si prende atto di un accordo dei genitori in materia di affidamento (art. 337-octies comma I c.c.); dove il giudice debba designare al minore un tutore (art. 348 comma III) e, sempre in regime di tutela, dove si debbano assumere le decisioni più importanti per la sua cura personale (art. 371 n.2 c.c.); durante il procedimento di divorzio (art. 4 comma VIII, l. 898/1970). Il nuovo art. 38-bis disp. att. c.c. regola l’audizione nelle c.d. “sale di ascolto” (munite di vetro specchio): in mancanza di queste sale, i difensori possono partecipare all’audizione solo se autorizzati dal giudice (art. 336-bis comma II, c.c.).

 

Affidamento familiare.

Viene formalmente introdotto nella disciplina uniforme sui rapporti genitoriali l’istituto dell’affidamento familiare, che il giudice può disporre “in caso di temporanea impossibilità di affidare il minore ad uno dei genitori” (art. 337-teer comma II c.c.)

 

Figli maggiorenni portatori di Handicap.

Ai figli maggiorenni portatori di handicap grave si applicano integralmente le disposizioni previste in favore dei figli minori (art. 337-septies c.c.). Si chiarisce, nel nuovo art. 37-bis disp. att. c.c., che “i figli maggiorenni portatori di handicap grave previsti dall’art. 337-septies, comma II, del c.c., sono coloro i quali siano portatori di handicap ai sensi dell’art. 3, comma III, della legge 5 febbraio 1992 n. 104.”

 

Successioni.

Riscritte le norme sulla successione, in cui ai figli (nati fuori del matrimonio o al suo interno) è riservato lo stesso identico trattamento normativo.

 

Nuclei familiari in condizioni di indigenza.

Il Giudice segnala ai Comuni la situazione di indigenza di nuclei familiari che richiedono interventi di sostegno per consentire al minore di essere educato nell’ambito della propria famiglia (nuovo art. 79-bis, l. 184/1983).

 

Controversie tra genitori non uniti in matrimonio.

Art. 316 c.c. Responsabilità genitoriale.

Entrambi i genitori hanno la responsabilità genitoriale che è esercitata di comune accordo tenendo conto delle capacità, delle inclinazioni naturali e delle aspirazioni del figlio. I genitori di comune accordo stabiliscono la residenza abituale del minore.

 

In caso di contrasto su questioni di particolare importanza ciascuno dei genitori può ricorrere senza formalità al giudice indicando i provvedimenti che ritiene più idonei.

 

Il giudice, sentiti i genitori e disposto l’ascolto del figlio minore che abbia compiuto gli anni dodici e anche di età inferiore ove capace di discernimento, suggerisce le determinazioni che ritiene più utili nell’interesse del figlio e dell’unità familiare. Se il contrasto permane il giudice attribuisce il potere di decisione a quello dei genitori che, nel singolo caso, ritiene il più idoneo a curare l’interesse del figlio.

 

Il genitore che ha riconosciuto il figlio esercita la responsabilità genitoriale su di lui. Se il riconoscimento del figlio, nato fuori dal matrimonio, è fatto dai genitori, l’esercizio della responsabilità genitoriale spetta ad entrambi.

 

Il genitore che non esercita la responsabilità genitoriale vigila sull’istruzione, sull’educazione e sulle condizioni di vita del figlio.

 

LE FAMIGLIE DI FATTO ED IL “RITO PARTECIPATIVO”, UNA PECULIARITÀ TUTTA AMBROSIANA.

Con la legge 10 dicembre 2012 n. 219, il Legislatore ha voluto “parificare” il trattamento giuridico riservato dalla Legge ai figli legittimi ed ai figli naturali. Tale modifica non è, però, stata accompagnata da alcun ritocco al sistema organizzativo o finanziario e l’intero carico di lavoro dei Tribunali per i Minorenni, relativamente al contenzioso delle controversie genitoriali tra partners non uniti da matrimonio, è stato trasferito ai Tribunali Ordinari.

I singoli uffici hanno, dunque, ritenuto opportuno dotarsi di modifiche interne per consentire una gestione celere ed efficace del “nuovo carico” di lavoro.           
Per i figli matrimoniali la controversia, in fase di separazione e divorzio, segue il rito ordinario

poiché le questioni relative ai minori vengono trattate congiuntamente con le domande sullo status matrimoniale.

Nel modello ordinario la famiglia beneficia di una fase preliminare in cui le parti sono convocate e sentite per un tentativo di conciliazione che non ha solo il fine di ricostruire il legame familiare, ma anche quello di permettere ai genitori di pervenire al raggiungimento di un assetto condiviso con un accordo conciliativo.

Nel rito camerale che riguarda i figli non matrimoniali, un’udienza di questo tipo non è prevista. I tempi di fissazione della prima udienza sono molto lunghi e, l’assenza di un’udienza antecedente alla comparizione davanti al Collegio, non permette alle parti ed ai difensori di sedere davanti ad un magistrato per verificare le effettive possibilità di una conciliazione della lite.

Tutto ciò Ha portato all’idea di riallineare i due riti introducendo, per le controversie genitoriali tra partners non uniti da matrimonio, un’ udienza in più davanti ad un Giudice delegato. Viene così richiesto ad avvocati e genitori di “partecipare” alla creazione di un accordo che regoli la fase disgregativa del rapporto, sotto la direzione e con l’aiuto del magistrato designato che ha anche il compito di formulare una proposta conciliativa.

Questa fase può concludersi con:

1- un accordo tra i genitori approvato dal Collegio.

Tale accordo può corrispondere:

            a- alla proposta del Giudice designato;

            b- ad una soluzione completamente o parzialmente diversa elaborata dai genitori con               l’assistenza dei difensori nominati.

 

2- il fallimento del tentativo di conciliazione.

In questo caso gli atti vengono rimessi al Collegio, che provvede alla definizione giudiziale del procedimento previa nuova convocazione dei genitori.

 

SEPARAZIONE DEI CONIUGI – Rivalutazione assegno al coniuge separato in caso di revocazione della casa familiare (Cassazione Civile Sezione I, 16 dicembre 2013, n. 28001)

L’art. 156, secondo comma, c.c. stabilisce che il giudice debba determinare la misura dell’assegno in relazione alle circostanze ed ai redditi dell’obbligato, mentre l’assegnazione della casa familiare, prevista dall’art. 155 quater c.c., è finalizzata unicamente alla tutela della prole e non può essere disposta come se fosse una componente dell’assegno previsto dall’art. 156 c.c.; tuttavia, allorché il giudice del merito abbia revocato la concessione del diritto di abitazione nella casa coniugale, è necessario che egli valuti, una volta in tal modo modificato l’equilibrio originariamente stabilito fra le parti e venuta meno una delle poste attive in favore di un coniuge, se sia ancora congrua la misura dell’assegno di mantenimento originariamente disposto.

SEPARAZIONE DEI CONIUGI – Il volontario abbandono del domicilio coniugale può essere causa sufficiente a motivare l’addebito (Cassazione civile Sezione I, 13 dicembre 2013, n. 27923)

Il volontario abbandono del domicilio coniugale è causa di per sé sufficiente di addebito della separazione, quale violazione di un obbligo matrimoniale (art. 143, secondo comma, c.c.) che comporta l’impossibilità della convivenza: salvo che si provi (e l’onere incombe su chi ha posto in essere l’abbandono) che esso è stato determinato dal comportamento dell’altro coniuge, ovvero quando il suddetto abbandono sia intervenuto nel momento in cui l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza si sia già verificata ed in conseguenza di tale fatto.

SEPARAZIONE DEI CONIUGI – Addebito della separazione alla parte affetta da “shopping compulsivo” (Cassazione Civile Sezione I, 18 novembre 2013, n. 25843)

Riscontrata la piena imputabilità della parte, i comportamenti consistenti in furti di denaro ai familiari ed ai terzi per acquisti particolarmente frequenti e fuori misura di beni mobili ben possono configurare violazione dei doveri matrimoniali ai sensi dell’art. 143 c.c., tali da comportare la pronuncia di addebito in caso di separazione.

DIVORZIO – Viene meno la connessione tra adeguatezza dei mezzi e tenore di vita goduto in costanza di matrimonio se la parte beneficiaria dell’assegno forma una nuova famiglia (Cassazione Civile Sezione I, 18 novembre 2013, n. 25845)

In tema di diritto alla corresponsione dell’assegno di divorzio in caso di cessazione degli effetti civili del matrimonio, il parametro dell’adeguatezza dei mezzi rispetto al tenore di vita goduto durante la convivenza matrimoniale da uno dei coniugi viene meno di fronte alla instaurazione, da parte di questi, di una famiglia, ancorché di fatto, la quale rescinde, quand’anche non definitivamente, ogni connessione con il livello ed il modello di vita caratterizzanti la pregressa fase di convivenza matrimoniale e, conseguentemente, ogni presupposto per la riconoscibilità di un assegno divorzile.

ALIMENTI – Diritto agli alimenti e prova dello stato di bisogno (Cassazione Civile Sezione II, 8 novembre 2013, n. 25248)

Il presupposto per la richiesta di alimenti costituito dallo stato di bisogno riguarda l’impossibilità per il soggetto di provvedere al soddisfacimento dei propri bisogni primari, e deve essere valutato tenendo conto di tutte quelle risorse economiche, compresi i redditi ricavabili dal godimento di beni immobili in proprietà o in usufrutto, di guisa che il giudice, nell’accertare la sussistenza dello stato di bisogno, dopo aver valutato la sussistenza delle risorse economiche del donante, deve accertare l’idoneità delle stesse a soddisfare le sue esigenze di vita.

SEPARAZIONE DEI CONIUGI – Ai genitori è fatto divieto di partecipare con i figli ai riti previsti dal loro credo nel caso in cui i minori siano stati educati, fino a quel momento, ad un’altra confessione (Cassazione Civile Sezione I, 4 novembre 2013, n. 24683)

Nel caso specifico, la Corte di Cassazione nega ad un padre separato di portare le proprie figlie, educate fino a quel momento al credo cattolico, alle Adunanze del Regno dei Testimoni di Geova, poiché “l’età delle figlie non consente loro di praticare una scelta confessionale veramente autonoma e fosse inopportuno uno stravolgimento di credo religioso che non potesse essere elaborato con la necessaria maturità, considerato che le minori avevano vissuto in un contesto connotato dal credo religioso cattolico”.

AFFIDO CONDIVISO – Divieto al genitore di trasferirsi senza il consenso dell’ex coniuge (Cassazione Civile Sezione I, 23 ottobre 2013, n. 43292)

La Cassazione ha esaminato il caso di una donna separata che aveva deciso di trasferirsi insieme ai figli in un’altra città. Tutte le decisioni che riguardano la vita dei figli, stando al disposto della Legge n. 54/2006 che ha introdotto l’affido condiviso, parla chiaramente di parità genitoriale e di concordare le decisioni di maggiore interesse relative ai figli. Il trasferimento in un’altra città non può che essere una decisione che rientra nell’ambito delle scelte importanti per la vita dei figli e, pertanto, non può essere presa unilateralmente da un solo genitore. Secondo la Cassazione “l’elusione dell’esecuzione di un provvedimento del giudice civile che riguardi l’af idamento di minori può concretarsi in un qualunque comportamento da cui derivi la ‘frustrazione’ delle legittime pretese altrui, ivi compresi gli atteggiamenti di mero carattere omissivo”. In poche parole, nei casi come questo appena descritto, per trasferirsi serve necessariamente il consenso dell’altro coniuge ovvero l’autorizzazione del giudice perché, in caso di trasferimento senza comunicazione all’ex marito, si rischia una sanzione che potrebbe addirittura cambiare il collocamento della prole o, nei casi limite, perderne la potestà (ex art. 709-ter c.p.c.) poiché tale comportamento può essere inquadrato come un modo di agire irresponsabile e incompatibile col ruolo di genitore collocatario dei figli minori.

ADOZIONE – Stato di abbandono (Cassazione Civile Sezione I, 22 ottobre 2013, n. 23892)

La legge sull’adozione non intende sanzionare il comportamento dei genitori, ma si ispira alla tutela esclusiva dell’interesse del minore. Pertanto, può condividersi l’affermazione per cui il minore stesso non può essere allontanato sempre e comunque dalla sua famiglia di origine, pur in presenza di gravi situazioni a rischio dei genitori, quali malattie mentali o tossicodipendenze; la permanenza o il ritorno del fanciullo in famiglia può peraltro verificarsi solo a condizione che tali situazioni siano risolvibili in tempi compatibili con quelli di crescita del minore oppure quando vi siano parenti che già abbiano assunto con lui rapporti significativi, in grado di svolgere una funzione genitoriale vicariante ed assicurare al minore stesso le condizioni morali e materiali per garantirgli un percorso di sviluppo corretto, sereno ed equilibrato.

DIVORZIO – C’è differenza tra stile e tenore di vita (Cassazione Civile Sezione I, 16 ottobre 2013, n. 23442)

Al fine dell’accertamento del diritto all’assegno divorzile, non bisogna confondere lo stile con il tenore di vita; anche in presenza di rilevanti potenzialità economiche un regime familiare può essere, infatti, improntato a uno stile di “understatement” o di rigore ma questa costituisce una scelta che non può annullare le potenzialità di una condizione economica agiata.

MANTENIMENTO DEI FIGLI – È possibile adempiere anche mediante l’attribuzione ai figli della proprietà di beni mobili o immobili Cassazione Civile Sezione II, 23 settembre 2013, n. 21736)

L’obbligo di mantenimento dei figli minori, o maggiorenni non autosufficienti, può essere adempiuto dai genitori in sede di separazione personale o divorzio mediante un accordo-formalmente rientrante nelle previsioni, rispettivamente degli artt. 155 comma 7, 158 comma 2 c.c., e della legge n. 898 1970 accordo che, anziché attraverso una prestazione patrimoniale periodica, od in concorso con essa, attribuisca o li impegni ad attribuire ai figli la proprietà di beni mobili od immobili; tale accordo non realizza una donazione, in quanto assolve ad una funzione solutoria compensativa dell’obbligazione di mantenimento.

SEPARAZIONE DEI CONIUGI – La casa coniugale può non essere assegnata al coniuge convivente con figli maggiorenni indipendenti economicamente (Cassazione Civile Sezione I, 18 settembre 2013, n. 21334)

Il previgente art. 155 cod. civ. ed il vigente art. 155 quater cod. civ. (introdotto dalla legge 8 febbraio 2006, n. 54), facendo riferimento all’interesse dei figli, subordinano il provvedimento di assegnazione della casa coniugale alla presenza di figli, minori o maggiorenni non economicamente autosufficienti, conviventi con i genitori: tale “ratio” protettiva, che tutela l’interesse dei figli a permanere nell’ambiente domestico in cui sono cresciuti, non è configurabile in presenza di figli economicamente autosufficienti, sebbene ancora conviventi, verso cui non sussiste alcuna esigenza di speciale protezione.

FILIAZIONE Indagini genetiche – azione di disconoscimento della paternità (Cassazione Civile Sezione I, 13 settembre 2013, n. 21014)

L’effettuazione di indagini genetiche, dirette a verificare la consanguineità tra due soggetti, non può prescindere dal consenso dell’interessato, anche qualora finalizzate ad un’azione di disconoscimento della paternità.

SEPARAZIONE DEI CONIUGI – L’obbligo di mantenimento dei figli può essere adempiuto pagando le rate del mutuo per l’acquisto della casa familiare (Cassazione Civile Sezione I, 3 settembre 2013, n. 20139)

In tema di separazione personale dei coniugi, il giudice può legittimamente imporre a carico di un genitore, quale modalità di adempimento dell’obbligo di contribuire al mantenimento dei figli, il pagamento delle rate del mutuo contratto per l’acquisto della casa familiare, trattandosi di voce di spesa sufficientemente determinata e strumentale alla soddisfazione delle esigenze in vista delle quali detto obbligo è disposto.

FILIAZIONE – Filiazione naturale – cessazione dell’obbligo di mantenimento (Cassazione Civile Sezione I, 3 settembre 2013, n. 20137)

L’obbligo del padre naturale di mantenere il figlio maggiorenne cessa quando questi comincia a percepire un reddito corrispondente alla professionalità acquisita in relazione alle normali e concrete condizioni di mercato, anche se l’inserimento ab origine nella famiglia paterna gli avrebbe garantito una posizione sociale migliore.

SEPARAZIONE DEI CONIUGI – Addebito della separazione a chi lascia la casa senza dimostrare che il coniuge la trascura sessualmente (Tribunale Treviso 28 giugno 2013, n. 1212)

La parte deve fornire la prova certa dell’intollerabilità della convivenza prima di abbandonare l’abitazione familiare .Può essere addebitata la separazione a chi lascia la casa lamentando la prepotenza e la trascuratezza sessuale dell’altro, senza riuscire a fornire una prova certa. Le testimonianze approssimative di amici e parenti sono insufficienti.

FAMIGLIA – L’annuncio del “lieto evento” agli amici pregiudica il disconoscimento di paternità (Corte di cassazione – Sezione VI civile, 13 febbraio 2013 n. 3499)

Non può disconoscere la paternità del bambino l’uomo che, secondo testimoni, aveva annunciato il “lieto evento” agli amici. Non solo, sempre secondo testimoni la relazione affettiva si era protratta per un certo periodo di tempo, venendo così a costituire insieme al rifiuto di sottoporsi alla prova immuno-ematologica una serie di indizi liberamente valutabile dal giudice.

SEPARAZIONE DEI CONIUGI – Sempre importante la valutazione dell’ interesse dei figli minori (Cassazione civile, sez. I, 5 febbraio 2013, n. 2696)

L’autorizzazione al rilascio del passaporto al minore, su richiesta di un genitore, senza l’assenso – o anzi, come nella specie, contro la volontà dell’altro coniuge – non può considerarsi provvedimento vincolato, a fronte di un diritto soggettivo non soggetto a limiti; al contrario, è subordinata alla valutazione dell’interesse del minore, così come ogni altro provvedimento ordinario attinente all’affidamento dei figli minori, assunto in sede di separazione personale dei coniugi, di cui, del resto, costituisce un aspetto rilevante, data la sua strumentalità alla disciplina dei tempi e modi di permanenza presso ciascuno dei genitori.

DIVORZIO – Assegno all’ex coniuge – natura e criteri di determinazione (Cassazione civile, sez. I , 31 gennaio 2013, n. 2313)

La sentenza dichiarativa di cessazione degli effetti civili del matrimonio che ponga a carico del marito la corresponsione, in favore della moglie, di una somma a titolo di assegno divorzile, è adeguatamente motivata ove i giudici, nell’analizzare la situazione economica dei coniugi, abbiano evidenziato un notevole divario a vantaggio del marito. Ciò in quanto lo scopo dell’assegno divorzile è quello di tendere a ricostruire il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio; indice di tale tenore può ben essere il divario reddituale attuale dei coniugi.

SEPARAZIONE DEI CONIUGI – Assegno al coniuge separato (Cassazione civile, sez. I, 30 gennaio 2013, n. 2186 e 2187)

Con due sentenze pubblicate il 30 gennaio, la Corte di Cassazione ribadisce il proprio costante orientamento in materia di assegno di mantenimento: esso è dovuto allorquando il coniuge sia privo dei mezzi per mantenere il tenore di vita matrimoniale, al quale l’ammontare dell’assegno va poi rapportato; ad indicazione di tale tenore, può essere assunta l’attuale disparità reddituale delle parti. Il divario tra i redditi dei coniugi può quindi valere quale indice per il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio. In sostanza, in caso di mancanza di prova diretta sul tenore di vita, può farsi riferimento al complessivo patrimonio e ai redditi dei coniugi, e ad essi riferirsi per determinare l’assegno.

SEPARAZIONE DEI CONIUGI – Criteri per la scelta del contesto familiare per l’affidamento dei figli minori (Cassazione civile, sez. I, 11 gennaio 2013, n. 601)

In tema di affidamento di minore, in assenza di certezze scientifiche o dati di esperienza, costituisce mero pregiudizio la convinzione che sia dannoso per l’equilibrato sviluppo del bambino il fatto di vivere in una famiglia incentrata su una coppia omosessuale. In tal modo, infatti, si dà per scontato ciò che invece è da dimostrare, ossia la dannosità di quel contesto familiare per il bambino (confermato, nella specie, l’affidamento esclusivo di un minore alla madre, che conviveva e intratteneva una relazione con un’altra donna. Respinte le perplessità manifestate dal padre, che aveva chiesto un’analisi della idoneità del contesto della coppia omosessuale a far crescere in maniera sana il bambino).

AMMINISTRAZIONE DI SOSTEGNO – Presupposti abituali della carenza di autonomia (Cassazione civile, sez. I, 20 dicembre 2012, n. 23707)

La figura dell’ Amministratore di Sostegno mira ad offrire uno strumento d’assistenza alla persona carente di autonomia a causa della condizione d’infermità o incapacità in cui versa che, calibrato dal giudice tutelare rispetto al grado d’intensità di tale situazione, consente di escludere gli interventi più invasivi degli istituti tradizionali posti a tutela degli incapaci, quali l’interdizione e l’inabilitazione. L’intervento giudiziario, in coerenza con questa finalità, non può che essere contestuale al manifestarsi dell’esigenza di protezione del soggetto, dunque della situazione d’incapacità o infermità da cui quell’esigenza origina, che, secondo il contesto normativo di riferimento, rappresenta presupposto dello stesso istituto e non già dei suoi soli effetti (nella specie, la Corte ha respinto la richiesta di una donna di nominare preventivamente l’amministratore di sostegno da lei indicato in una scrittura privata autentica e destinato a fungere da garante per il rispetto del testamento biologico da lei predisposto).

SEPARAZIONE DEI CONIUGI – Presupposti per la determinazione dell’ assegno al coniuge separato (Cassazione civile, sez. I, 12 dicembre 2012, n. 22752)

Non è censurabile la sentenza del merito che, puntualmente argomentando con esauriente tessuto motivazionale, riconosce un assegno di mantenimento, per impossibilità della parte di procurarsi i mezzi adeguati per ragioni oggettive, in ragione dello stato depressivo del soggetto, della situazione del mercato, dell’età e delle condizioni dello stesso, residente in zona periferica non ben servita dai mezzi pubblici.

DIVISIONE Eredità, coerede figlio naturale, accertamento, pregiudizialità (Cassazione Civile sez. VI, sentenza 05 ottobre 2012, n. 17040)

Il rapporto tra contemporanea pendenza del procedimento di divisione e del giudizio sulla filiazione naturale di colui che, in caso di esito favorevole del giudizio, sarebbe chiamato a succedere, non prevede un impedimento, assoluto e inderogabile, allo svolgimento del giudizio di divisione fino al definitivo accertamento giudiziale dell’estensione della cerchia dei coeredi, ma prefigura la possibilità di privilegiare strumenti alternativi, quali la possibilità di proseguire nel giudizio di divisione, previa adozione delle opportune cautele, individuabili in semplici cauzioni o garanzie o, ancora, in prudenziali accantonamenti, suscettibili di dar luogo ad integrazioni successive nel caso di esito negativo della domanda di accertamento della filiazione naturale.

SEPARAZIONE DEI CONIUGI Addebito (già “colpa”) (Cassazione civile sez. I, sentenza 21 settembre 2012, n. 16089)

L’inosservanza dell’obbligo di fedeltà coniugale non può giustificare, da sola, una pronuncia di addebito della separazione, qualora una tale condotta sia successiva al verificarsi di un’accertata situazioni di intollerabilità della convivenza, sì da costituire non la causa di detta intollerabilità ma una sua conseguenza.

FAMIGLIA E MINORI Marito legittimato al disconoscimento di paternità se non ha consentito alla fecondazione eterologa (Cassazione civile sez. I, sentenza 23 febbraio – 11 luglio 2012 n. 11644)

In caso di fecondazione assistita eterologa il marito è ammesso a esercitare l’azione di disconoscimento di paternità allorché si accerti che non vi è stato il suo consenso ad adottare tale pratica. Il termine annuale di decadenza per esperire l’azione ex art. 244 del c.c. decorre dal momento in cui si sia acquisita la certezza del ricorso a tale metodo di procreazione.

ANNULLAMENTO DEL MATRIMONIO Sì all’annullamento del matrimonio se uno dei coniugi è anaffettivo (Cassazione civile sez. I, sentenza 31 maggio 2012, n. 8772)

La sentenza ecclesiastica di nullità matrimoniale, per incapacità di un coniuge di assumere gli oneri derivanti dal matrimonio per cause di natura psichica, non si pone in contrasto con l’ordine pubblico italiano (confermata, nella specie, la sentenza del Tribunale Ecclesiastico che aveva dichiarato nullo il matrimonio, in quanto la personalità evidenziata dal marito risultava fortemente disturbata, caratterizzata tra l’altro da rigidezza, intolleranza, difficoltà di espressione degli affetti, che lo rendeva inidoneo a un rapporto di comunione con l’altro coniuge).

MANTENIMENTO DEL FIGLIO Padre naturale: l’obbligo del mantenimento sorge con la nascita del figlio (Cassazione civile sez. I, sentenza 10 aprile 2012, n. 5652)

L’obbligo del genitore naturale di concorrere nel mantenimento del figlio insorge con la nascita dello stesso, ancorché la procreazione sia stata successivamente accertata con sentenza, atteso che la sentenza dichiarativa della filiazione naturale produce gli effetti del riconoscimento e quindi, ai sensi dell’art. 261 c.c., implica per il genitore tutti i doveri propri della procreazione legittima, incluso quello del mantenimento ai sensi dell’art. 148 c.c., ricollegandosi tale obbligazione allo status genitoriale e assumendo, di conseguenza, efficacia retroattiva.

ASSISTENZA FAMILIARE Abbandono tetto coniugale? Non sempre è reato (Cassazione penale sez. VI, sentenza 02 aprile 2012, n. 12310)

Il reato di cui all’art. 570 comma. 1 c.p., nella forma dell’abbandono del domicilio domestico, non può ritenersi configurabile per il solo fatto storico dell’avvenuto allontanamento di uno dei coniugi dalla casa coniugale. Secondo i Giudici della Cassazione Penale la condotta tipica di abbandono del domicilio domestico è integrata solo in quei casi in cui l’allontanamento risulti privo di una giusta causa, connotandosi di reale disvalore dal punto di vista etico e sociale.

MATRIMONIO Nulle le nozze in caso di matrimonio riparatore (Cassazione civile Sez. I, sentenza 30 marzo 2012, n. 5175)

Se il matrimonio è celebrato per “riparare” al concepimento non voluto del figlio, e la riserva mentale del coniuge è conosciuta anche dall’altro, è legittima la nullità del vincolo. In sede di delibazione della sentenza di nullità matrimoniale emessa dal giudice ecclesiastico per esclusione del vincolo dell’indissolubilità ”ex parte viri”, il Giudice Italiano è vincolato ai fatti accertati in quella pronuncia, non essendogli concesso il riesame del merito e il rinnovo dell’istruttoria con acquisizione di nuove prove. Al tempo stesso, però, stante la diversa natura dei due giudizi, al giudice italiano non è precluso di provvedere ad una diversa valutazione del medesimo materiale probatorio secondo le regole del processo civile, anche disattendendo gli elementi di conoscenza documentati negli atti del giudizio ecclesiastico.

SEPARAZIONE DEI CONIUGI Figlio maggiorenne può intervenire nella causa di separazione dei genitori (Cassazione civile sez. I, sentenza 19 marzo 2012, n. 4296)

Un figlio maggiorenne interviene all’udienza presidenziale di separazione dei propri genitori, chiedendo al padre la somma di € 6.000,00 mensili, a titolo di contributo destinato ai propri studi universitari, da corrispondersi direttamente a lui, ovvero per il tramite della madre. La questione procedurale relativa all’intervento volontario approda in Cassazione, che rigetta il ricorso proposto dal padre, così legittimando l’intervento del figlio nel procedimento relativo alla separazione dei coniugi. Per i Giudici della Cassazione la fattispecie non si pone in contrasto con l’art. 105 del c.p.c. ed anzi risulta inquadrabile nel disposto di cui all’art. 155 quinquies del c.c.: in virtù di tale norma il giudice è legittimato a disporre il pagamento di un assegno periodico a favore del figlio maggiorenne che non sia economicamente indipendente. L’intervento volontario in giudizio, espletato dal figlio al fine di far valere un diritto relativo all’oggetto della lite, o eventualmente in via adesiva, “assolve, latu sensu, una funzione di ampliamento del contraddittorio, consentendo al giudice di provvedere in merito all’entità e al versamento – anche in forma ripartita – del contributo al mantenimento, sulla base di un’approfondita ed effettiva disamina delle istanze dei soggetti interessati“.

PATROCINO A SPESE DELLO STATO Contano anche i redditi da attività illecite (Cassazione penale sez. IV, sentenza 15 marzo 2012, n. 10125)

Per l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato vanno computati anche i profitti provenienti da attività illecite, individuabili in base agli ordinari mezzi di prova, nonché alle presunzioni semplici ex art. 2729 c.c.

GIUDIZIO DI SEPARAZIONE E DIVORZIO Presupposti di un caso di intollerabilità della convivenza (Cassazione civile sez. I, sentenza 16 febbraio 2012, n. 2274)

La disponibilità unilaterale della moglie a sopportare l’abbandonato da parte del marito del domicilio coniugale nonché la stabile convivenza more uxorio istaurata da costui con altra donna, dalla quale ha avuto anche un figlio, non può valere ad impedire la sussistenza della intollerabilità della convivenza tra i coniugi, che costituisce il presupposto della pronuncia di separazione giudiziale.

DIVORZIO Assegno di divorzio in caso di convivenza del coniuge con altra persona (Tribunale di Milano sez. IX, sentenza 6 febbraio 2012, n. 1431)

La mera convivenza del coniuge con altra persona non incide di per sé direttamente sull’assegno di mantenimento. Qualora, tuttavia, tale convivenza assuma i connotati di stabilità e continuità, tanto che i conviventi instaurino tra di loro una relazione di vita analoga a quella che, di regola, caratterizza la famiglia fondata sul matrimonio, la mera convivenza si trasforma in una famiglia di fatto. Ciò implica il venir meno del parametro dell’adeguatezza dei mezzi rispetto al tenore di vita goduto durante la convivenza matrimoniale da uno dei partner, poiché viene a costituirsi una nuova famiglia, benché solo di fatto. Ne consegue la mancanza di ogni presupposto per la riconoscibilità di un assegno divorzile, fondato sulla conservazione di esso.

DIVORZIO Assegno all’ex coniuge accertamento redditi e patrimonio delle parti (Cassazione civile sez. I, 19 novembre 2010)

L’acquisizione di beni per via successoria dopo la cessazione della convivenza non influisce nella valutazione del tenore di vita tenuto dalla famiglia in costanza di matrimonio e, sotto tale profilo, non rileva ai fini della determinazione dell’assegno divorzile. Tuttavia, i beni ereditati che confluiscono nel patrimonio del coniuge obbligato all’assegno vanno ad accrescere il reddito personale di quest’ultimo, il cui accertamento costituisce uno dei criteri da applicare nella determinazione dell’assegno di divorzio.

SEPARAZIONE DEI CONIUGI Figli (provvedimenti relativi ai) maggiore eta’ (Cassazione civile sez. I, 22 novembre 2010)

Il diritto del coniuge separato di ottenere dall’altro coniuge un assegno per il mantenimento del figlio maggiorenne convivente è da escludere quando quest’ultimo, ancorché allo stato non autosufficiente economicamente, abbia in passato iniziato ad espletare un’attività lavorativa, così dimostrando il raggiungimento di un’adeguata capacità e determinando la cessazione del corrispondente obbligo di mantenimento da parte del genitore, senza che assuma rilievo il sopravvenire di circostanze ulteriori le quali, se pur determinano l’effetto di renderlo privo di sostentamento economico, non possono far risorgere un obbligo di mantenimento i cui presupposti siano già venuti meno.

SEPARAZIONE DEI CONIUGI Addebito in genere (Cassazione civile sez. I, n. 4540, 24 febbraio 2011)

L’allontanamento dalla casa familiare, senza il consenso dell’altro coniuge e confermato dal rifiuto di tornarvi, costituisce violazione di un obbligo matrimoniale; conseguentemente è causa di addebitamento della separazione poiché porta all’impossibilità della coabitazione. Tuttavia, non sussiste tale violazione qualora risulti legittimato da una “giusta causa”, da ravvisare anche nei casi di frequenti litigi domestici della moglie con la suocera convivente e nel conseguente progressivo deterioramento dei rapporti tra gli stessi coniugi, e ciò anche in assenza di tradimento o di violenze da parte del marito.

SEPARAZIONE DEI CONIUGI Figli (provvedimenti relativi ai) affidamento (Cassazione civile sez. VI, 07 dicembre 2010, n. 24841)

Si può derogare alla regola dell’affidamento condiviso dei figli solo ove la sua applicazione risulti pregiudizievole per l’interesse del minore, con la duplice conseguenza che l’eventuale pronuncia di affidamento esclusivo dovrà essere sorretta da una motivazione non più solo in positivo sulla idoneità del genitore affidatario, ma anche in negativo sulla inidoneità educativa ovvero manifesta carenza dell’altro genitore. Alla luce di tale principio, pertanto, non è sufficiente una sentenza penale di condanna, non ancora passata in giudicato, a precludere l’affidamento al genitore, anche se tale condanna è relativa a reati commessi nel contesto della separazione.

DIVORZIO Assegno all’ex coniuge natura e criteri di determinazione (Cassazione civile sez. I, 23 giugno 2010, n. 15212)

Ai fini dell’accertamento del diritto all’assegno divorzile il giudice di merito deve tener conto anche dei miglioramenti della condizione finanziaria dell’onerato, anche se successivi alla cessazione della convivenza. Quest’ultimi, infatti, costituiscono sviluppi naturali e prevedibili dell’attività svolta durante il matrimonio e trovano radice in detta attività e/o nel tipo di qualificazione professionale e /o nella collocazione sociale del coniuge obbligato.

Sentenze in materia matrimoniale emesse da tribunali ecclesiastici (Cassazione Civile, Sez. I, n. 1343, 30 settembre 2010 – 20 gennaio 2011)

Laddove i coniugi abbiano convissuto per oltre un anno successivamente alla celebrazione del matrimonio, la sentenza pronunciata dal Tribunale ecclesiastico che ne dichiara la nullità non può essere convalidata dalla Corte d’Appello competente, con i conseguenti effetti civili, poiché contraria all’ordine pubblico.

CHI NON FA REALIZZARE IL PARTNER RISCHIA L’ADDEBITO DELLA SEPARAZIONE (Cassazione Civile, sentenza n. 8124 del 3.4.2009 e Cassazione Penale n. 14981/2009)

Impedire alla moglie di realizzarsi professionalmente può essere causa di addebito della separazione. Allo stesso tempo il coniuge insoddisfatto non può allontanarsi da casa, lasciando solo una lettera in cui dice di voler iniziare una nuova vita: rischia una condanna per abbandono del tetto coniugale. Sono questi i principi affermati dalla Corte di cassazione con due sentenze, la n. 8124 depositata dalla prima sezione civile il 3 aprile scorso e la 14981 depositata dalla sesta sezione penale pochi  giorni più tardi. Due decisioni che chiariscono quali sono i confini dell’insoddisfazione che giustifica la separazione e poi l’abbandono della casa, per intraprendere una nuova vita.

Vivere all’insegna del risparmio non riduce l’assegno di mantenimento (Cassazione Civile, sentenza n. 7614 del 30.03.2009)

Scegliere di comune accordo di avere un tenore di vita basso durante il matrimonio, nonostante i redditi alti, non fa scendere, in caso di separazione, l’assegno di mantenimento che resta parametrato alle entrate. Con una delle pochissime sentenze che guarda più alla dichiarazione dei redditi che non al tenore di vita effettivamente goduto in costanza di matrimonio, la Corte di Cassazione ha dato torto a un ex marito condannato a versare alla moglie oltre mille euro al mese.

Moglie benestante? In caso di separazione ha diritto alla colf (Cassazione civile, sentenza n. 6698 del 19.03.2009)

La ex moglie casalinga abituata, durante il matrimonio, ad avere la colf, ha diritto a un assegno che le consenta di mantenere a servizio la collaboratrice domestica. È quanto affermato dalla Corte di cassazione che, con la sentenza n. 6698 del 19 marzo 2009, ha accolto il ricorso della ex moglie di un primario che chiedeva un assegno più alto per poter dare lo stipendio ai collaboratori domestici e fare i viaggi a cui, per anni, era stata abituata. Secondo la Corte, “il Giudice del merito, al fine della quantificazione dell’assegno di mantenimento, deve anzitutto accertare il tenore di vita dei coniugi durante il matrimonio, per poi verificare se i mezzi economici a disposizione del coniuge richiedente gli permettano di conservarlo indipendentemente dalla percezione di detto assegno; e, in caso di esito negativo di questo esame, deve procedere alla valutazione comparativa dei mezzi economici a di ciascun coniuge al momento della separazione“. La Corte ha poi evidenziato che “la valutazione delle condizioni economiche delle parti non richiede la determinazione dell’esatto importo dei redditi posseduti attraverso l’acquisizione di dati numerici: essendo necessaria e sufficiente una attendibile ricostruzione delle complessive situazioni patrimoniali e reddituali dei coniugi, in relazione alle quali sia possibile pervenire a fissare l’erogazione in favore di quello più debole di una somma corrispondente alle sue esigenze come sopra precisate”.  Nel caso di specie, è mancato l’accertamento del tenore di vita dei coniugi durante il matrimonio, tanto più necessario, in quanto nel caso la moglie aveva dedotto che lo stesso era particolarmente elevato, tanto da permettere ai coniugi viaggi in località ed alberghi rinomati, collaboratori familiari, nonché l’acquisto di vestiario ad alto livello.

LA MADRE ANORESSICA NON PERDE IL DIRITTO DI VEDERE IL FIGLIO (Cassazione Civile, sez. I, sentenza n. 6200 del 13.3.2009)

Con la sentenza n.6200 del 13 marzo 2009, la prima sezione civile della Corte di Cassazione ha enunciato due principi di diritto. Il primo è che il coniuge a cui spettano gli alimenti, anche se usa l’abitazione fornitagli dai genitori, non perde il diritto al mantenimento. Il secondo è che nonostante il minore rifiuti di vedere una madre anoressica, questo non fa perdere alla donna, ancorché abbia difficoltà a rapportarsi a terzi, il diritto di vedere suo figlio. A seguito del giudizio di merito articolatosi nei due gradi di giudizio di merito, veniva dichiarata la separazione di due coniugi con sentenza in forza della quale si determinava l’assegno di mantenimento a favore della moglie, il figlio veniva affidato al padre a cui si assegnava anche la casa coniugale. Il marito proponeva ricorso per cassazione lamentando, come primo motivo, che la Corte d’Appello avesse riconosciuto “il diritto all’assegno di mantenimento, senza considerare adeguatamente, ritenendo la circostanza irrilevante, che la situazione economica del coniuge richiedente deve essere apprezzata anche alla luce di quanto riceva dalla famiglia di origine che nella specie aveva provveduto ad acquistare una casa e concederla in uso alla figlia e senza tener conto che egli, quale coniuge affidatario, deve provvedere da solo alle esigenze dei due figli” come si legge nei motivi che hanno indotto il marito a proporre ricorso in Cassazione. La Corte, però, ha ritenuto infondata questa motivazione perché, in merito alla utilizzazione da parte della moglie della casa messale a disposizione da parte dei genitori, “la circostanza è irrilevante in quanto il coniuge, tenuto alla prestazione non può ritenersi esonerato nei confronti dell’altro coniuge qualora questi riceva delle forme di aiuto dalla famiglia di origine, specie allorché tale aiuto si sia reso necessario proprio in considerazione della modesta entità del contributo al mantenimento (giurisprudenza costante). Con il secondo motivo, invece l’appellante, lamentava il fatto che la Corte d’Appello aveva riconosciuto il diritto di visita alla madre nonostante il figlio non volesse avere rapporti con lei anche in considerazione della grave malattia psichica (anoressia) di cui era affetta. La Corte, pur prendendo atto della patologia della moglie e delle difficoltà nel rapportarsi con i terzi, ha ritenuto, rigettando il ricorso del marito di dover difendere il diritto della madre di vedere il figlio affinché il rapporto con lui non sia totalmente reciso.

Alla moglie che intrattiene relazioni extra coniugali con altre donne deve essere addebitata la separazione (Cassazione civile, sez. I, sentenza n. 1734 del 23.01.2009)

“Alla moglie che intrattiene relazioni extra coniugali con altre donne deve essere addebitata la separazione e, conseguentemente, la stessa non può avere diritto all’assegno di mantenimento”. La Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza in epigrafe, ha confermato in toto la decisione della Corte di Appello di Venezia, che aveva escluso l’assegno di mantenimento in favore della moglie, la quale aveva tradito il marito con altre donne. In particolare, i giudici Veneziani, sulla base di due lettere intercorse in epoca non sospetta tra le protagoniste delle relazioni extraconiugali, definite dalla Corte “inusuali”, avevano addebitato la separazione anche alla moglie. Tali rapporti, infatti, erano stati la causa del venir meno del legame coniugale, nonché delle reazioni violente del marito, reazioni che, peraltro, avevano determinato allo stesso l’addebito della separazione in primo grado.

La minaccia alla libertà e dignità morale dell’ex moglie giustifica l’ordine di protezione civile.

Il Tribunale di Napoli, con  decreto del 2 luglio 2008, ha individuato il grave pregiudizio all’integrità morale del genitore nello svilimento del suo operato dall’altro genitore, il quale rifiutava ogni dialogo e decideva da solo le modalità educative per i figli, ed ha individuato, altresì, il grave pregiudizio alla libertà del coniuge nei comportamenti dell’altro che miravano a controllarne costantemente i movimenti e le azioni. In conseguenza di ciò, sono stati ritenuti legittimi gli ordini di protezioni previsti dal Codice Civile. Secondo il Tribunale di Napoli, infatti, “costituisce condotta che legittima l’adozione degli ordini di protezione il comportamento che sia suscettibile di ledere gravemente l’integrità morale della vittima svilendone il ruolo genitoriale e la libertà pretendendo di controllarne i movimenti; finalità dell’ordine di protezione è la prevenzione del pregiudizio, essendo diretto a evitare l’aggravamento del danno se già in atto o a evitarne l’insorgenza se ancora non si sia prodotto. Ne consegue che gli ordini di protezione previsti dall’articolo 342- ter del Codice Civile possono essere adottati pur se, per effetto della separazione personale intervenuta tra i coniugi, sia da tempo cessata la convivenza tra gli stessi, essendo diretti a prevenire o interrompere abusi e prevaricazioni ancora attuali“.

Assegnazione della casa familiare in caso di convivenza more uxorio o di nuovo matrimonio dell’assegnatario.

L’art. 155 quater del Codice Civile stabilisce che il godimento della casa familiare è attribuito tenendo prioritariamente conto dell’interesse dei figli, ma la norma prevede altresì alcune ipotesi di cessazione dell’assegnazione, disponendo che «il diritto al godimento della casa familiare viene meno nel caso che l’assegnatario non abiti o cessi di abitare stabilmente nella casa familiare o conviva more uxorio o contragga nuovo matrimonio». La Corte di Appello di Bologna ed i Tribunali di Firenze e di Ragusa hanno avanzato un sospetto di illegittimità costituzionale riguardante le ultime due ipotesi di cessazione dell’assegnazione, quella della convivenza more uxorio dell’assegnatario con altro soggetto, e quella del nuovo matrimonio contratto dall’assegnatario. Mentre i primi due casi di revoca sarebbero collegati ad eventi che fanno presupporre il venir meno della esigenza abitativa, non così può dirsi per gli altri due, che si sostanzierebbero, soprattutto, sulla critica alla operatività automatica della revoca, senza alcuna possibilità per il Giudice di valutare la rispondenza della revoca all’interesse della prole. Nel respingere le predette censure, la Corte Costituzionale, con sentenza n. 308 del 30 luglio 2008, è partita dalla considerazione delle finalità che governano l’assegnazione della casa familiare, arrivando ad adottare una interpretazione costituzionalmente orientata, stabilendo che: a) l’art. 155-quater cod. civ., ove interpretato, sulla base del dato letterale, nel senso che la convivenza more uxorio o il nuovo matrimonio dell’assegnatario della casa sono circostanze idonee, di per se stesse, a determinare la cessazione dell’assegnazione, non è coerente con i fini di tutela della prole, per il quale l’istituto è sorto; b) la coerenza della disciplina e la sua costituzionalità possono essere recuperate ove la normativa sia interpretata nel senso che l’assegnazione della casa coniugale non venga meno di diritto al verificarsi degli eventi di cui si tratta (instaurazione di una convivenza di fatto, nuovo matrimonio), ma che la decadenza dalla stessa sia subordinata ad un giudizio di conformità all’interesse del minore; c) tale lettura non fa altro che evidenziare un principio in realtà già presente nell’ordinamento, e consente di attribuire alla norma censurata un contenuto conforme ai parametri costituzionali, come, del resto, già ritenuto da diversi giudici di merito e dalla prevalente dottrina.

Cessazione della convivenza more uxorio e tutela del diritto di abitazione.

Il  Tribunale di Milano, con decreto del 7 maggio 2008 ha stabilito che “la convivenza more uxorio determina un potere di fatto sulla casa di abitazione basato su un interesse proprio ben diverso da quello derivante da ragioni di mera ospitalità. Conseguentemente, l’estromissione violenta del convivente dall”unità abitativa giustifica il ricorso ai mezzi di tutela forniti dalla legge, anche in via d’urgenza.“. Contrariamente al previgente orientamento per cui, cessata la convivenza con l’allontanamento di una delle parti viene meno la situazione di composesso che caratterizzava la precedente situazione di fatto, oggi si ritiene che la convivenza more uxorio determini un potere di fatto sulla casa di abitazione, basato su un interesse ben diverso da quello derivante da ragioni di mera ospitalità. Detto legame, del resto, pur non determinando alcun obbligo di coabitazione, né di mantenimento, e di assistenza, dà luogo ad uno stato avente indubbio carattere di stabilità, cosicché l’immobile ove esso si svolge costituisce l’abitazione duratura dei conviventi medesimi. L’innegabile rilevanza giuridica che anche la famiglia di fatto è andata assumendo nel nostro ordinamento, permette di considerare lo stesso convivente more uxorio come un “detentore qualificato” al quale spetta il rimedio ex art. 1168 c.c. qualora venga estromesso dall’abitazione familiare, consentendogli così di esperire le azioni possessorie nei confronti dell’altro quand’anche non vanti un diritto di proprietà o di natura personale sull’immobile che, durante la convivenza, era stato nella disponibilità di entrambi. Contrariamente all’originale opinione giurisprudenziale, la quale escludeva tale tutela sul presupposto che il convivente dovesse reputarsi un mero ospite del proprietario, oggi, in presenza di una relazione di fatto tale da realizzare uno stabile legame, il convivente è legittimato ad agire in reintegra.

Addebito della separazione e relazione extraconiugale resa di dominio pubblico.

La Corte di Cassazione con la sentenza n. 29249 del 2008, dopo aver esaminato il caso di una donna marchigiana che ha coltivato una relazione extraconiugale di dominio pubblico, ha stabilito che una relazione extraconiugale condotta alla luce del sole è un motivo sufficiente per vedersi addebitare una causa di separazione. Il marito ha addotto a carico della consorte le testimonianze di diversi conoscenti, i quali avrebbero visto più volte la signora scambiarsi effusioni in pubblico con il presunto amante. Tale comportamento, che ha evidenziato agli occhi di terzi una stabile relazione extraconiugale, ha rappresentato non soltanto un’offesa alla sensibilità e al decoro del marito, ma anche una grave violazione dell’obbligo di fedeltà coniugale, anche quando non si fosse tradotto in effettivo adulterio. Una stabile relazione extraconiugale – ha aggiunto la Cassazione – determina abitualmente l’impossibilità di proseguire una normale convivenza tra marito e moglie, e quindi è da ritenersi una ragione valida per addebitare la separazione al coniuge che se ne è reso responsabile. La Cassazione Civile, con sent. n. 29429 del 2.122.2008, in particolare, ha stabilito che “Il comportamento di uno dei coniugi tale da evidenziare agli occhi dei terzi l’esistenza di una stabile relazione extraconiugale rappresenta di per sé, anche laddove non si traduca in un effettivo adulterio, una violazione particolarmente grave dell’obbligo di fedeltà coniugale, idonea a giustificare una sentenza di addebito della separazione”.

ICI sulla casa familiare e separazione dei coniugi.

In caso di   separazione o divorzio il coniuge proprietario della casa familiare non può rifiutare il pagamento dell’Ici anche se essa sia assegnata all’altro coniuge (Cassazione Civile, Sentenza n. 25486 del 20.10.2008). Si è posto alla attenzione della Corte di Cassazione il quesito se il coniuge separato o divorziato, proprietario della casa, possa esimersi dal pagare l’ICI ove il diritto di abitazione di essa sia attribuito dal giudice all’altro coniuge. La Corte osserva che ai sensi dell’art. 3 d.lgs. 504/1992, soggetto passivo dell’imposta è il titolare di diritto reale. Il problema è dunque se il coniuge assegnatario della casa sia titolare di un diritto di tale natura o meno. L’art. 218 c.c. prevede che il coniuge che gode dei beni dell’altro coniuge è soggetto a tutte le obbligazioni dell’ususfruttuario. La Corte ritiene che ciò non significhi che il coniuge assegnatario dell’immobile sia titolare di diritto di usufrutto o di diritto a questo assimilabile, ma solo un rinvio teso a disciplinare il contenuto dei rapporti tra le parti (come già affermato dalla Cassazione con la sentenza 6192/2007).

Assegno di mantenimento. Per la determinazione non si possono ignorare gli anni di vita da casalinga (Cassazione Civile, Sez. I, sentenza n. 593/08, depositata il 14/01/2008).

Con la recentissima sentenza del 4/1/2008 la Cassazione sottolinea l’importanza del lavoro delle casalinghe che, di fatto, contribuiscono alla formazione del patrimonio della famiglia. E’ questo il motivo per cui, secondo la Suprema Corte, in sede di divorzio, il giudice che fissa l’ammontare del mantenimento deve tener conto del lavoro svolto dalla moglie rimasta in casa mettendolo sullo stesso piano di quello fatto fuori casa dal marito. Infatti, la donna che si è dedicata alle attività domestiche ha consentito la realizzazione professionale del compagno e si è preclusa molte opportunità lavorative, più difficili da trovare ad una certa età. Nel caso in esame, vi era stata un’unione durata più di vent’anni. In sede di divorzio il marito voleva smettere di corrispondere alla moglie l’assegno di mantenimento perché diceva che la donna era in grado di mantenersi da sola e che si era licenziata da un posto trovato dopo il divorzio. In particolare, la moglie, nelle sue difese, aveva precisato, nel suo ricorso in Cassazione, che “è nota la seria di difficoltà di trovare uno stabile lavoro per una donna di oltre quarant’anni che non aveva mai lavorato e le cui energie erano state assorbite da una ventennale attività di casalinga, madre e moglie”. La prima sezione civile della Cassazione ha accolto i motivi prospettati dalla moglie. E ciò, perché, ha spiegato il Collegio, “il giudice deve procedere alla determinazione dell’assegno sulla base della valutazione ponderata e bilaterale delle condizioni dei coniugi e del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio comune“. Cosa che non era stata fatta dalla Corte di Appello. Difatti, si legge nelle motivazioni “Non ha fatto alcun riferimento al contributo che la donna, casalinga e madre, aveva apportato alla conduzione familiare durante la ventennale convivenza, né ha manifestato l’intenzione di considerare comunque prevalente il criterio basato sulle condizioni economiche delle parti. Ne consegue che l’influenza del criterio basato sul contributo della signora alla conduzione famigliare“, conclude il giudice di legittimità, “non risulta oggetto di alcuna valutazione da parte della Corte territoriale che avrebbe dovuto invece effettuarla“.

Malasanità. Non sta al paziente provare il nesso causale fra l’azione (o l’omissione) e il danno subito (Cassazione Civile, Sezione Unite, sentenza 577/08, depositata l’11/01/2008).

Con la recente sentenza del 11/01/2008 la Cassazione ha riconosciuto la responsabilità contrattuale per medico e ospedale (pubblico o privato) nel rapporto con l’ammalato: le Sezioni Unite fanno il punto sul riparto dell’onere probatorio nei casi di malasanità individuando alcuni criteri. Inadempimento qualificato. Il paziente danneggiato che chiede il risarcimento – spiegano i giudici di legittimità – deve limitarsi a provare il contratto con la struttura sanitaria (o “il contatto sociale” con il medico), l’aggravamento della patologia e l’insorgenza di un’affezione. All’ammalato- creditore basterà allegare un inadempimento del debitore che sia “qualificato”, cioè astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato: starà poi al debitore dimostrare che l’inadempimento non c’è stato o che, pur esistendo, esso non è stato rilevante sotto il profilo eziologico. Nesso di causalità. Accolto, nel caso di specie, il ricorso di un paziente che sosteneva di aver contratto l’epatite C dopo le trasfusioni praticategli per un intervento effettuato in casa di cura: bocciata la sentenza di merito che scaricava sull’ammalato l’onere di dimostrare il nesso causale fra l’emotrasfusione e la patologia contratta oltre che di provare che egli non fosse portatore della malattia prima del ricovero. Mezzi e risultato.La giurisprudenza di legittimità che impone al paziente-creditore di dimostrare il nesso di causalità va sconfessata perché risente implicitamente della distinzione tra obbligazioni di mezzo e di risultato. Una distinzione che è ormai superata rispetto al riparto dell’onere probatorio e che, sul fronte delle prestazioni dei professionisti, viene criticata dalla dottrina ed è già stata “rivisitata” dalla giurisprudenza (Cassazione, n. 13533/01).